La Guerra di Successione

Prima regola della gestione di un blog: la costanza dell’aggiornamento.

Siccome i blog sono ufficialmente morti nel 2006, e siccome a differenza della Ferragni ho un lavoro d’ufficio grazie al quale porto a casa la pagnotta – mentre la Ferragni ha una pagnotta grazie alla quale ha portato a casa un lavoro d’ufficio – il tempo di aggiornare il blog non c’è stato.

Tuttavia qui, nella Megaditta, di cose ne sono successe eccome: dall’inizio della primavera è in atto una vera e propria guerra, a causa della rinuncia all’incarico di un altissimo dirigente, che è stato silurato ha rinunciato al posto per motivi di soldi motivi personali.

Tutti noi poveri opliti della scrivania siamo stati chiamati a raccolta dai nostri rispettivi generali, i quali hanno fissato all’asta il loro prezzo e quello della carne da macello ai loro ordini (cioè noi impiegati).

Perchè quando un Alto Vertice dell’azienda salta, gli avvoltoi iniziano a girare.

E in una grossa azienda, nessuno può sentirti urlare.

Ha inizio la Guerra di Successione.

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A quel punto, tutta l’attività aziendale si cristallizza e procede per inerzia, perchè gli sforzi di dirigenti e dipendenti sono interamente rivolti alla Guerra.

Esattamente come in una partita di Dungeons&Dragons, ogni personaggio papabile per il posto crea un proprio team, una Compagnia del Balzello (di carriera) dove ogni personaggio ha delle particolari abilità che lo rendono fondamentale in battaglia.

Il mio capo è uno di questi.
Nato dal tronco di un Gorgone Sindacalista, il cui potere malvagio era di pietrificare la carriera di chiunque lo guardasse negli occhi, sconfitto poi in battaglia da Perseo, che dopo aspra battaglia ne mozzò la testa guardandolo riflesso in una foto di Sergio Marchionne, il mio capo è un centauro metà RSU e metà Lapo Elkann.

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L’empatia del mio capo di fronte ai problemi altrui

Io, nella Compagnia del Balzello che il boss ha allestito per la battaglia, sono il Pipino di turno: goffo, impacciato, le piglio da tutti ma in fondo mi si vuole bene.
Non credo che cadrò in battaglia, ma non riceverò alcun onore in caso di vittoria.

Naturalmente, il mio capo, che chiameremo Karlokalenda, al momento del discorso alle truppe si è prodigato in discorsi e promesse in caso di vittoria, tra cui:
– flessibilità oraria orizzontale, verticale e diagonale
– golden-badge con cui accedere al comodo parcheggio aziendale anche dopo l’orario di chiusura, pratica proibitissima e, in quanto tale, assolutamente consuetudinaria per i dirigenti
– codice segreto della macchinetta del caffè per poter bere il vero caffè, e non quello che comunemente viene erogato dal malefico marchingegno, che effettivamente ha il tubo dell’acqua collegato sinistramente allo stesso tubo che arriva dai bagni
– un balzello orizzontale per tutti: chi è C0 diventa C1, chi è C1 diventa C2 e chi gliela dà, diventa D (che sarebbe balzello verticale, ma la cosa verrà risolta con apposita selezione interna, naturalmente pilotata)

La nostra Compagnia è così composta:
Tisifone, la collega gnagna dal cervello delle dimensioni di un’oliva e dalle tette delle dimensioni e consistenza di un super tele, è il soldato addetto a carpire informazioni al nemico, di volta in volta, a seconda della situazione e del bersaglio, o seducendolo lentamente con le sue spire, oppure afferrandogli la testa e facendogli fare il motoscafo tra le ghiandole mammarie
Sir Biss, il collega delatore, è addetto a destabilizzare il morale delle truppe nemiche mettendoli gli uni contro gli altri, con soffiate velenose in pieno stile “Ciao Tizio, ma lo sai che Caio ha detto di te che…” e subito dopo “Ciao Caio, guarda che c’è Tizio che ti sputtana con…”.
Hodor, che di mestiere non fa assolutamente nulla, se non camminare per i corridoi portando in mano la busta urgente , è il drone stealth che vaga per l’azienda monitorando i movimenti delle truppe nemiche
Fassbender, il sexy tombeur de femmes, siccome vive ancora con sua mamma, non ha orari nè vincoli famigliari, per cui può restare al lavoro anche per 20 giorni consecutivi, h24, per impedire che il nemico si organizzi in momenti di grande assenza collettiva, quali la notte, le domeniche o la concomitanza delle partite del Mondiale di calcio
io, che da attendente al pezzo mi limito a fornire direttive, raccogliere informazioni e mantenere aggiornato il boss, che dalla sua umile villa in Toscana, in cui si è ritirato a metà giugno, trama e maneggia per conquistare l’ambito posto da altissimo dirigente.

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Tisifone mentre invita un collega a prendere un caffè

Non si tratta di una battaglia tipo film di Hollywood, dove due enormi eserciti si scontrano e in 6 minuti si risolve tutto con i buoni che trionfano, pur con qualche perdita, e i cattivi vengono sconfitti e ricacciati nel loro regno.

No, è una vera guerra. E le guerre durano a lungo, e sono fatte di scontri a fuoco e di incontri diplomatici, di coltellate e di strette di mano, di sorrisi frontali e di vaffanculo alle spalle.

La Guerra di Successione procede ormai da mesi.

Le truppe sono stanche, i feriti non si contano e i caduti in battaglia ormai superano i neo assunti, tutti tendenzialmente dei pluri-laureati con master che però, non avendo mai lavorato un minuto della loro vita, non sapendo fare assolutamente nulla, vengono relegati a compiti quali “controllare che non ci siano condizionatori accesi e finestre aperte”, “indirizzare i tecnici delle macchinette delle merendine alle macchinette delle merendine” e il fondamentale “sostituire la carta igienica nei bagni”.

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Un neo assunto in una normale giornata lavorativa.

Ultimamente pare che qualcosa si sia mosso.

Palpatine, il Capo Supremo, pare abbia preso la sua decisione.
E’ l’attimo che precede l’esplosione della bomba, quando tutto sembra bloccarsi, la Natura si ammutolisce e perfino l’acqua nei fiumi cessa di scorrere.

La nomina arriverà ai primi di agosto.

Molti di noi saranno in vacanza, ognuno nella meta che gli compete a seconda del proprio rango e/o disponibilità economica.

Ad agosto sapremo.

E tutto cambierà, affinché nulla cambi.

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La curva di Bill Gates

Gennaio è quel mese in cui chi ha avuto la fortuna di andare in ferie, torna dalle ferie ed odia il mondo.
Gennaio è quel mese in cui ha avuto la sfiga di non andare in ferie, odia il mondo per non essere andato in ferie. E odia chi torna dalle ferie perchè è andato in ferie.

Ovviamente anche le ferie sono l’immagine riflessa della suddivisione in caste della varia umanità della mega ditta.

Per la precisione, esiste un rapporto matematico tra il reddito e la distanza percorsa dal lavoratore X, espresso nella famosa Curva di Bill Gates (vedi foto)Curva di Bill Gates

Data sulle ordinate la distanza percorsa durante le ferie natalizie per raggiungere il luogo ove il soggetto X fa riposare le stanche membra e dal quale far partire intere batterie missilistiche di selfie e foto con destinazione innocenti amici e famigliari rimasti a casa, e data sulle ascisse il reddito del soggetto X, il rapporto distanza/reddito si esprime in una parabola, la cui spiegazione è semplicissima e che esemplificheremo in tre punti:

– Punto M: ovvero il punto Merda. E’ il punto di partenza, che coincide con lo zero assoluto. Zero reddito, zero distanza percorsa. Il soggetto che si trova al punto M, ovvero il soggetto Merda, passa le ferie a casa, nel proprio monolocale affittato in nero da uno spietato Mr.Scrooge che gli stacca la luce ogni 25 del mese per ricordargli che il 27 deve pagare l’affitto.
Poco oltre il punto M, incontriamo lo Schiavo, ovvero colui che percepisce meno di 10.000€ l’anno e che per andare in ferie percorre una distanza di solito corrispondente allo spazio tra il luogo in cui svolge la propria mansione di schiavo e la propria abitazione, in questo caso un monolocale o una grossa station wagon cecoslovacca alimentata ad amianto.
Segue il Disoccupato, che in realtà è occupato ma lavora in nero, probabilmente per qualche imprenditorucolo o commerciante del posto, svolge mansioni stagionali e precarie, di brevissima durata. Supera i 10.000€ annui grazie ad attività illegali come lo spaccio di droga o ad attività moralmente discutibili come le lezioni private a studenti medi stupidi come lavandini. La distanza percorsa può raggiungere qualche decina di km, percorsi dal Disoccupato per andare a festeggiare con altri Disoccupati in “quel posticino là che non conosce nessuno ma che è una figata, c’è stato mio cugino l’anno scorso” e che di solito si concretizza in un vecchio capannone abbandonato, usato come mattatoio per la macellazione suina negli anni del boom industriale e come mattatoio per la macellazione umana in quel simpatico ventennio che ha lasciato un sacco di bei ricordi.

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Due soggetti M e un soggetto P al lavoro

Il punto M comprende infine il Dipendente, il cui reddito varia dai 13.000€ annui fino a cifre più considerevoli, che possono permettergli di comprare il salmone vero e non delle fettine di sapone rosa spacciate ogni vigilia di Natale ai parenti assieme ad una fettina di kiwi e del burro di ratto. Il Dipendente può azzardarsi anche ad arrivare a qualche centinaio di km di distanza, per assistere ad un classico Capodanno in Piazza, magari in una capitale europea, dove sarà alternativamente scippato, pestato, stuprato o tutte e tre le cose, e brinderà all’anno nuovo assieme agli altri dipendenti come lui in un corridoio nel Pronto Soccorso della città prescelta.

– Punto P: rappresenta il punto di massima distanza da casa a cui ambisce il soggetto P, ovvero il soggetto Pacchiano, per trascorrere le ferie. Qui si parla di redditi superiori ai 50.000€ l’anno, fino ad arrivare al centinaio ed oltre.

E’ soggetto Pacchiano il Dirigente Medio, che per dimostrare di essere quasi un dirigente di alto livello si imbarca con un volo economico alle 3 del mattino per raggiungere Honolulu, la Nuova Zelanda, la Thailandia, le Maldive o altre località alla super moda. Negli anni 80. Ivi giunto, passerà l’intera vacanza sulla soglia della camera dell’albergo, senza cambiarsi d’abito, ancora con una valigia in mano e con lo smartphone nell’altra. In quella posizione, trascorrerà esattamente 12 giorni senza mangiare e senza bere, condividendo su Facebook, Instagram e Whatsapp milioni di status e foto scaricate da internet che ostentano la bellezza e lo sfarzo delle sue giornate, sperando di far rosicare i vari soggetti M suoi amici. Nel frattempo, il partner (moglie, marito, fidanzato o fidanzata poco importa) passerà le giornate a scoparsi qualsiasi essere vivente dotato di escrescenze o orifizi, talvolta gratuitamente, talvolta pagando. E anche per quell’anno, il rapporto è salvo.

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Il Soggetto P in tutta la sua classe ed eleganza

Soggetto Pacchiano è naturalmente il Professionista Benestante, sia esso architetto, avvocato, ingegnere, commercialista… uno che si è laureato quando ancora la laurea valeva qualcosa più del pezzo di pergamena su cui era stampata. Uno che ce l’ha fatta, insomma, e che essendo Professionista, è professionale in tutto. Da non confondere mai col Professionista Pezzente (assimilabile al Soggetto M Disoccupato), che si distingue perchè il Pezzente ha un atteggiamento ancor più ostentatamente professionale, sperando nella sua ingenuità di comunicare grandi capacità. Di solito, i Professionisti Pezzenti sono identificabili dal loro caratteristico saluto reciproco. A differenza di tutti gli altri lavoratori, che dopo una conversazione si salutano usando il classico “ciao” o il sempreverde “a presto”, i Professionisti Pezzenti si salutano dicendosi a voce altissima “buon lavoro”, affinchè tutti attorno possano capire che loro sono dei Professionisti Benestanti, quindi gente che lavora, e non dei Disoccupati cammuffati.
Il Professionista Benestante li conosce e li repelle, e siccome ha a che fare con loro per tutto l’anno, elemosinando incarichi e lavori che tendenzialmente perfino i soggetti M schifano, tende almeno durante le feste a fuggire a migliaia di km di distanza, nelle stesse località del Dirigente Medio. In quei luoghi ameni, i due tipi umani si conoscono, si scambiano reciproche esperienze, parlano male dei loro sottoposti, talvolta si accoppiano. Al ritorno, ognuno torna al proprio mestiere.

Abbiamo poi il Sindacalista, categoria attualmente tra le più odiate in qualsiasi ambiente lavorativo. Trattasi infatti di un normalissimo Dipendente, ovvero Soggetto Merda, che, grazie alla protezione del Sindacato, riesce ad arrotondare la paga base con incarichi, scatti, benefit, premi e posizioni una tantum assegnate ovviamente ad personam con rinnovo tacito automatico ed esclusivo. La somma di tutti questi extra riesce a portare il Sindacalista ad un reddito pari o superiore a quello di un dirigente medio, con accesso immediato a tutti i privilegi.

Esiste poi una sottocategoria del sindacalista, ovvero il Sindacalista Rosso. Egli userà quei soldi per andare in vacanza in luoghi eticamente accettabili, quindi in qualsiasi paese sotto sviluppato o in via di sviluppo dove la gente crepa per strada. Ivi giunto, il Sindacalista Rosso si barricherà nel suo villaggio turistico, sorvegliato da cecchini nazisti (che ok, son nazisti, ma fan comodo) e da quel sito inonderà tutto l’internet di foto di se stesso con il bimbo morente di fame, con la classica vecchina che ha perso tutto, o si farà fotografare intento a scavare un buco nella sabbia con la paletta di plastica rubata al bimbo di una coppia di yankee, e che sui social spaccerà come “io che scavo un pozzo di acqua potabile per gli abitanti del villaggio”. Al ritorno, romperà il cazzo a tutti sulla vacanza che gli ha cambiato la vita e che non si capacità di come noi consumisti occidentali ancora restiamo schiavi del ritmo produci consuma crepa e non molliamo tutti per quei paradisi socialisti, dopodichè tornerà nel suo bugigattolo di rappresentante sindacale a non fare un cazzo dalla mattina alla sera.

A questo punto la parabola inizia a discendere.

Infatti, i veri ricchi non hanno bisogno di viaggiare come i falsi ricchi. E più sono ricchi, più si avvicinano al Punto D, ovvero il punto Dio o punto divino. Chi arriva a tale punto, di solito, ha un reddito che basterebbe da solo a sfamare tutti i soggetti M della provincia.

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Il vero ricco sta nella sua villetta

Soggetto divino è dunque l’Industriale, colui che ha la fabbrichetta ereditata dal papi e che, se è furbo, fa gestire a manager pagati a peso d’oro, se è scemo gestisce lui rischiando il fallimento ad ogni chiusura contabile. Ma l’Industriale si salva sempre, perchè se certamente non è lui a viaggiare, viaggiano parecchio i suoi soldi, spesso nelle stesse località esotiche in cui si recano i vari soggetti P di cui abbiamo parlato prima. L’industriale, alla pari con il suo fidato Megadirettore (altro soggetto divino) e con tutti gli altri loro simili, festeggiano la nascita del Cristo e l’ultimo dell’Anno nelle loro megaville super lussuose. Qui, circondati dalle loro corti dei miracoli, dai loro parenti fino al sedicesimo grado, dai loro eredi vampiri e attendenti al pezzo, celebrano se stessi, sedendosi a capotavola e devastando i maroni a tutti con i racconti della loro vita, delle loro imprese, dei loro successi.

Talvolta a tali potenti si associa un Cardinale, o un prelato di rango naturalmente elevato (Vescovo, Arcivescovo e appunto Cardinale), o loro figli e amanti. Costoro, forti del Signore e potenti nella Sua forza, celebrano le festività spesso come invitati di Industriali e Megadirettori, assieme a starlette, letterine letterone letteronze e letteroie, giornalisti da rotocalco o da inchiesta e le loro corti di servitori.

Tutti questi soggetti, in blocco o scaglionati, si ripresentano al lavoro il 7 di Gennaio.

E riacquistano tutti quei ruoli che noi conosciamo bene.

Buon anno.

La multifunzione si è rotta

Si è rotta la stampante multifunzione del corridoio.

Questo fatto rappresenta senza dubbio la peggior sciagura che possa capitare in un’azienda, poichè tre sono le Grandi Tecniche del Lavoratore Apparente:

1.La telefonata eterna.

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Impegnatissimo

Quando un lavoratore vuole dare di sè l’immagine di essere sempre sul pezzo e concentrato, non deve fare altro che farsi sorprendere al telefono. Sempre.

Ovviamente il tema dev’essere lavorativo, per cui non vale parlare con mamma/partner/figli/spacciatore (quest’ultimo vale solo se sei dirigente). Più il tono della telefonata è concitato, più “si sta lavorando”. La mossa ideale, per la quale occorrono anni di perfezionamento, è il mimare il gesto del “dammi 5 minuti, finisco questa importante telefonata” al capo, per mostrare che non solo si sta lavorando, ma si è talmente sicuri di sè da poter prendersi la libertà di posticipare la conversazione col superiore. Si tratta di un salto nel buio, perchè il capo. vedendosi messo in coda, potrebbe anche reagire male. Ma generalmente il capo apprezza questo tipo di atteggiamento, per cui, se ben fatta, la telefonata eterna è perfetta. Ovviamente, in sè e per sè, la telefonata non esiste: dall’altro lato della cornetta infatti non vi è assolutamente nessuno.

2. La busta urgente

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Impegnatissimo

Prendi una busta, riempila di fogli bianchi, portala in giro. A chiunque ti dovesse fermare per accollarti un lavoro, rispondigli “guarda, devo consegnare questa busta, ti richiamo io”. Ed è fatta. Questa tecnica è però valida solo per chi lavora in aziende con superfici molto ampie, il che significa o molti piani e molti corridoi, oppure enormi capannoni. Anche in questo caso l’esperienza aiuta a perfezionare la tecnica: fondamentale è impostare almeno 6 diversi percorsi, da utilizzare nei vari giorni della settimana, più alcuni percorsi extra per sviare l’attenzione ed eventuali controlli, ed ovviamente è fondamentale variare dimensioni, forma ed intestazione della busta. La tecnica della Busta Urgente aiuta tra l’altro a mantenersi in forma, fa bene al cuore, alla circolazione, alla vista e all’umore.

3. Stampare. Stampare. Stampare.

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Impegnatissimo.

Quando non hai voglia di lavorare, stampa qualcosa. Sì, è profondamente sbagliato dal punto di vista dell’ambiente, della gestione oculata delle risorse aziendali, e perfino delle tasse dei cittadini (se sei un lavoratore pubblico). Ma in culo agli alberi e ai cittadini, bisogna pur sopravvivere. Per cui, l’importante è fare vedere che si sta facendo qualcosa: pronti via, si accende il computer, si accede alla cartella “stampe del giorno”, si clicca su print e poi ci si piazza in piedi alla stampante a vederla vomitare fogli. La carta è tangibile, è materiale, la puoi toccare, annusare, far cadere. Ha un suo peso, una sua specificità. La carta è la dimostrazione empirica che tu stai lavorando. Stampare a nastro è la soluzione migliore per i timidi che non hanno il coraggio di far finta di telefonare, o dei pigri che non hanno assolutamente voglia di girare con la busta in mano. Stampare a nastro è l’ultimo rifugio dei lavoratori stanchi, disillusi, demotivati o semplicemente fancazzisti. Ovvero, il 90% dei lavoratori.

E oggi la stampante si è rotta.

Panico generalizzato.

Ovviamente vale la regola del cesso al ristorante. Tu sei in un ristorante, entri nel bagno dei clienti e trovi la tazza del water ridotta come le fogne di Calcutta. Ti viene da vomitare, il tuo cervello istintivo ti dice “esci subito di lì” ma il tuo cervello razionale ti arresta immediatamente: “e se fuori c’è qualcun altro che deve venire in bagno, ed entra dopo di me e vede questo schifo, penserà che sono stato io!” E così ti tocca di barricarti ed aspettare le 4 del mattino, oppure entrare in modalità ninja e fuggire dalla finestrella di 50cm per 25cm.

Lo stesso vale per la stampante: in mancanza di Ruotadiscorta, il collega giovane/neoassunto nonché capro espiatorio di qualsiasi cosa, chi si accorge del guasto, immediatamente per tutti è il colpevole del guasto.

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…e invece no.

E così stamattina la sfiga è capitata ad Hodor, il collega gigante e pacioso. Lo so perchè erano circa le 8.30, quindi praticamente l’alba per la maggior parte dei colleghi, ed Hodor si era appunto installato alla multifunzione del corridoio, deciso a passare lì la giornata, utilizzando la tecnica della Stampa a Nastro. Purtroppo per lui, arrivata a pagina 200, la stampante è passata dal piacevole vrrrrr vrrrr vrrrrr ad un preoccupante trrrrrrrrrr, poi ad uno spaventoso trk trk trk trk trk trk e poi ad un silenzio tombale!

Hodor bestemmia così forte che Santa Madonna, la collega timorata di Dio, fugge per i corridoi in lacrime. recitando il Pater Noster. Tutti ci affacciamo, tranne Tisifone, la collega procace che si sta già buttando su l’autista del Direttore Generale.

Hodor viene immediatamente raggiunto da Sir Biss, il collega spione e delatore, che fingendo di volerlo aiutare va in realtà ad accertarsi del danno, dopodichè lo vediamo gettare una fialetta a terra e sparire in una nuvola di fumo. Nel giro di pochi istanti, tutta l’Azienda sa che “Hodor ha rotto la multifunzione”.

Hodor inizia ad armeggiare. Bip bip bip bip Hodor pigia i tasti del display touch della stampante multifunzione, che fanno apparire istruzioni in giapponese feudale. Hodor bestemmia di nuovo, ma questa volta non in maniera esplosiva, bensì articolata: una bestemmia con almeno una principale, due coordinate e tre subordinate condita con la classica tripla aggettivazione tanto cara ai giornalisti anni 70 e 80, che coinvolge l’intera Sacra Famiglia e numerosi animali della stalla di Betlemme.

La stampante bippa con scherno nei confronti di Hodor, ed intanto attorno a lui si forma un capannello di colleghi. C’è chi si limita a guardare, c’è chi a voce alta dice “eh vabbè dai non preoccuparti” ma intanto a voce bassa gli dice “brutto figlio di puttana, mi ero prenotato il turno alla stampante dalle 10 alle 12, ora che cazzo faccio?”. Monica e Tonica Baggins, le gemelle anziane, in quanto tali, parlano sulla voce di Hodor dandogli indicazione sul da farsi, il che è assolutamente ridicolo poichè le due vegliarde hanno lo stesso rapporto con la tecnologia che un comunista del 2017 ha con un badile o un cacciavite.

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lavorare in team

Il capannello ormai ha raggiunto le dimensioni di un concerto degli Iron Maiden. Hodor è un uomo distrutto: coperto di morchia, di toner cancerogeno e di fogli accartocciati, è ormai sulle ginocchia.

La multifunzione è completamente immobile, tutte le lucine d’allarme sono spente. E’ un monolite, come quello di 2001 Odissea nello Spazio, con la differenza che il monolite di Kubrick ha dato origine all’intelligenza e alla civiltà umana, mentre la maledetta stampante multifunzione assorbe tutte le tracce di umanità dalla specie-uomo e lo riporta al livello della bestia hobbesiana.

Hodor si rialza. La folla si ammutolisce.

Hodor si volta. Ingoia le lacrime. Ci guarda. Poi guarda la stampante. Poi riguarda noi. Poi riguarda la stampante.

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Problema risolto

Afferra il pannello mobile, quello che si solleva per scansionare le pagine, posto alla sommità della multifunzione. Con un gesto secco, inesorabile, lo sradica, simbolicamente decapitando il mostro. Con gli occhi iniettati di sangue, Hodor solleva sopra di se la testa della gorgonica Multifunzione, lancia un ululato, scaglia la testa mozzata in mezzo alla folla dei colleghi e si precipita in una corsa disperata nel corridoio, travolgendo e quasi uccidendo la povera Santa Madonna, che era ancora inginocchiata a pregare il Signore.

Tutto questo, stamattina.

Ora è pomeriggio. Di Hodor non si hanno notizie.

La multifunzione è ancora lì, immobile e decapitata, trincerata dietro i nastri che in CSI usano per circondare la scena del crimine.

Domani verrà un tecnico a ripararla. Dove “domani” indica “un giorno ipotetico futuro, certamente non prossimo” e “a ripararla” indica “a fare qualcosa che comunque non renderà la stampante operativa e che richiederà un ulteriore intervento tecnico”.

Le Grandi Tecniche del Lavoratore Apparente sono dunque temporaneamente passate da tre a due.

Si prospettano tempi duri.

Fusione e altre tragedie

L’assenza prolungata da queste pagine ha un motivo preciso: è in corso una fusione.

What’s fusione? Chiediamolo all’unica fonte di certezza, di speranza e di risposte per l’umanità. Non Dio. Di più. Wikipedia.

fusione
fu·ṣió·ne/
sostantivo femminile
  1. 1.
    Passaggio di una sostanza dallo stato solido allo stato liquido.
    “la f. del ferro”
  2. 2.
    Riunione di due o più elementi a formare un tutto organico, spec. dal punto di vista giuridico, economico-amministrativo o politico.
    “la f. di due società”

Ecco, cara Wikipedia. E’ la seconda che hai detto.

Per spiegarvi quello che sta succedendo, novello Giovanni Muciaccia, ricorrerò ad un semplicissimo esempio, proveniente direttamente dalle scuole elementari, che tutti voi dovreste aver fatto, chi più chi meno.

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Ciao bambini, oggi vi imparo la fusione aziendale

Prendete dei biscotti. Presi? Bene.
Ora prendete un condimento, una salsa. Il ketchup. Preso? Bene.
Cos’hanno in comune biscotti e ketchup? Sono entrambi alimenti. Per cui, da questo punto di vista, sono affini. Tutti noi mangiamo ketchup. Tutti noi mangiamo biscotti.
Ketchup. Biscotti. Sono due oggetti, ma anche due concetti che possono o non possono essere messi in un rapporto di continuità o discontinuità.

Ho mangiato biscotti O ketchup. Ho mangiato biscotti E ketchup.

Una vocale, in questo caso una congiunzione, distingue profondamente le due frasi. Nel primo caso, abbiamo una distinzione, una separazione concettuale. Nel secondo caso, abbiamo una vera e propria unione, nel tempo o nello spazio. Questo, a livello tecnico ad ogni cosa: il Giusto, lo Sbagliato.

Noi sappiamo perfettamente che ketchup e biscotti, insieme, NON possono stare. A meno che tu non sia tedesco, e ti mangi quelle squisitezze tipo fritto misto e cappuccino, e poi capisci perchè ogni tot decenni loro devono invadere la Polonia. Biscotti e ketchup. Sono entrambi cibi? Sì. Sono buoni se presi singolarmente? Sì. Sono amati da grandi e piccini? Certo. Ma se mangi contemporaneamente ketchup e biscotti, fanno schifo.

Ecco: una fusione tra due aziende affini – che ne so, entrambe producono bulloni, o pasta, o tubi – non necessariamente può portare a qualcosa di positivo. A livello lavorativo, una somma raramente produce un valore superiore a quello dei singoli. Anzi.

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2+2=0,5

Ed è quello che sta succedendo a me. A noi. Alla nostra azienda. Ci stiamo fondendo. Piano piano, eh. La mia azienda, ed una affine, stanno da tempo procedendo ad una lentissima, ma inesorabile, fusione.

Bene o male avete in mente la struttura gerarchica ed organizzativa del vostro luogo di lavoro. Sapete perfettamente come nasce e come si alimenta: tradimenti, omicidi, leccate di culo, cospirazioni. Defenestrazioni. Tutto ciò porta ad un assetto aziendale, fragile quanto feroce, che esercita il proprio potere istericamente, scaricando sui dipendenti le tonnellate di negatività che lo costituisce e lo alimenta. Tutto questo capita in ogni – singola – azienda.

Ecco. MOLTIPLICATELO PER DUE.

Perchè fondere due aziende significa prendere tutto ciò che è Male nell’azienda A e costringerlo a diventare un tutt’uno con tutto ciò che è Male nell’azienda B, per far nascere un nuovo mostruoso aziendone. Ma può il nuovo ibrido avere due direttori generali, due direttori del personale, due Grimildedue don Abbondio etc etc? No.

E chi decide, tra i due dirigenti provenienti dalle due aziende, chi sopravviverà alla fusione e chi morirà?

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Due dirigenti si contendono il posto di dirigente unico

Non lo so. Nessuno lo sa. Perché entrano in campo forze occulte, riti ancestrali ed entità iper-umane che noi comuni dipendenti nemmeno sappiamo che esistano.

I comuni dipendenti, in questo periodo, stanno ben nascosti sotto le loro scrivanie. Si incontrano negli angoli più bui dell’azienda, si confrontano, aggiornano la lista dei dirigenti caduti, cercano di ricordare se abbiano, in un passato remoto o prossimo, sostenuto pubblicamente questo o quel dirigente al punto da poter essere associati ad esso e quindi, per la proprietà transitiva del succube, subirne la stessa sorte, nel bene come nel male.

Perché se per caso è il tuo dirigente a sopravvivere e a diventare Dirigente Unico del nuovo dipartimento (o ufficio, o reparto), e tu eri nelle sue grazie, beh… è fatta. Tu godrai della luce riflessa del nuovo leader, potrai avere accesso al suo ufficio, potrai salutarlo con il Lei o addirittura con il Tu. Potrai andarci a pranzo insieme. Viceversa, se ti ritroverai tra i dipendenti seguaci del dirigente sconfitto, la tua condizione sarà biblica, paragonabile a quella degli schiavi egizi sotto il crudele faraone Ramesse II.

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“…là. Il mio ufficio era là. Devi ridarmelo. Era mio.” “Suca”.

E insomma va così. E’ la fusione. E siamo tutti in attesa.

Chi vincerà? Cambieremo capo? Come sarà il nuovo capo? Oppure resterà lo stesso, ma depotenziato? Avete idea di cosa significhi avere un superiore che ha perso parte del suo potere? Saremo trasferiti? Saremo deportati*? La nostra condizione di bestie in cattività peggiorerà o migliorerà? Ci cambieranno l’acqua spesso o saremo costretti a bere dalle pozzanghere, come i cani randagi?

Non lo so. Non lo sappiamo. Nessuno lo sa.

Ed in azienda, è l’incertezza dell’anarchia, non la rassegnazione alla dittatura, la cosa più pericolosa che ci sia. Perchè il nemico può essere ovunque.

Escono dalle pareti. Escono dalle fottute pareti.

 

 

*La parola deportazione è odiosa, specialmente se usata in contesti impropri come un blog. Ecco. Figuratevi quanto possa essere odiosa se sentita pronunciare da un dirigente che parla con un altro dirigente dei suoi stessi dipendenti. I livelli sono questi. La realtà fa sempre più paura della fantasia.

Gli stadi psicologici del dipendente

Se i pellerossa si fossero coalizzati contro gli invasori europei, avrebbero perso comunque per via che tra fucile e arco vince fucile, ma almeno avrebbero fatto penare un po’ di più il nemico. E invece, i pellerossa si legnavano tra loro e nelle pause cercavano di sopravvivere agli invasori.

Fatte le debite proporzioni, al lavoro accade la stessa cosa. Certo, al lavoro non ci si scotenna, non ci si pianta asce nel petto, non si muore per sepsi in seguito ad una freccia avvelenata o ad un proiettile di piombo in una gamba. No.

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Kali maaaaa – Kali maaaa – Kali maa shakti de

Al lavoro può andarti peggio.

Al lavoro ci si ferisce in modi così crudeli che Hostel al confronto è Mamma ho perso l’aereo. Niente di fisico, per carità. Si usano parole, sguardi e gesti. E’ una sorta di antica arte esoterica completamente malvagia, una magia nera capace, con immagini e suoni, di portarti a stati emotivi sempre più negativi, sempre più cupi. Fino al nulla.

Sigla!

Gli stadi psicologici che il dipendente-tipo di un’azienda-tipo sviluppa nel corso delle quotidiane sfide e crudeltà reciproche sono grossomodo otto: sopportazione, incredulità, insofferenza, atteggiamento passivo-aggressivo, ira funesta, sadismo, coma e nichilismo puro.

Vediamoli insieme:

  • sopportazione: è quel sentimento che prova di solito il neo assunto quando inizia a percepire ciò che non va nel suo nuovo ambiente di lavoro. E così, le clamorose incompetenze gli paiono ingenue manchevolezze, o terribili carognate sembrano comportamenti ascrivibili a singoli gesti dettati antichi rancori. Insomma, si sopporta, si fa spallucce e si guarda avanti. D’altronde, non va malaccio, dai… cosa mai potrebbe andare peggio?
  • incredulità: poniamo che appena assunto tu conosca un collega evidentemente cerebroleso, assunto per pietà e piazzato a far fotocopie (storte) e a consegnar buste (sbagliando destinatario). Dopo due anni, un bel mattino, arrivi in ufficio e te lo ritrovi dirigente. E’ uno scherzo? Non ci credi. Eppure è così. E scopri che è diventato dirigente grazie ad una spietata selezione interna, dove i CV dei candidati sono stati stampati per tener fermo il tavolo su cui sono state decise le nomine, incrociando appartenenze sindacali, conoscenze reciproche di scheletri nell’armadio, equilibri politici e ovviamente molto sesso fedifrago. E così, il tuo collega cerebroleso è dirigente. “Ma farà dei danni, con le nuove responsabilità…” ti dici, incredulo. E l’incredulità tocca vette di agnosticismo quando scopri che le mansioni del neo dirigente sono sempre le stesse: fare fotocopie, consegnare buste. Promoveatur ut amoveatur, dicevano i Cesaroni. E infatti.
  • insofferenza: sei impiegato ormai da alcuni anni, e la follia del tuo ambiente di lavoro ti colpisce e rimbalza via come i denti di Cecchi Gori sul culo di Valeria Marini. Finchè sei in ufficio, tuttavia, non lasci trasparire niente. Un monaco shaolin. Una muraglia. Indistruttibile. Ma le prime rughe – le prime crepe – iniziano a farsi strada dalla fronte agli zigomi. Le gengive iniziano a ritrarsi, molari e premolari a farsi curiosamente più taglienti. E così capita che alla fine della giornata, quando sei lì lì per uscire e qualche collega ti chiama per dirti qualcosa di assolutamente inutile, ti volti e lo mandi a fanculo. E’ il segnale.
  • Atteggiamento passivo-aggressivo: è la fase pre-esplosiva, quella meno evidente ma potenzialmente la più pericolosa. Il passivo aggressivo, fuori Hodor e dentro Leatherface. Il passivo aggressivo subisce una carognata? Sorride. Il passivo aggressivo si prende un carico di lavoro che non gli spettava? China la testa e si mette all’opera. Il passivo aggressivo viene preso a male parole da un dirigente frustrato perchè suo figlio – il genio – si è fatto bocciare alle serali? Incassa. Il passivo aggressivo sta zitto. Ma il suo silenzio non va confuso con l’indifferenza. No. Il passivo aggressivo ascolta. E memorizza.
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Tu. Sì. Ciao. Muori adesso.
  • Ira funesta: di solito la mutazione avviene per un’inezia, un fatto minuscolo, trascurabilissimo, un granello di polvere che si posa sul piatto della bilancia che regge la montagna di merda faticosamente sopportata negli anni, e la fa inabissare. Un caffè non erogato dalla macchinetta. Una moneta mangiata. Il bagno occupato. I posti auto finiti. Niente più biro sulla scrivania, rubate da chissà chi. E così, nel silenzio, all’improvviso, avverti dentro di te un boato: è la diga del Vajont del tuo self-control che si sgretola, lasciando scorrere quei 30 o 40 anni di incazzature mai lasciate sfogare. Tutte contemporaneamente. I colleghi più pavidi si spaventano. I più esperti, imparano ad evitarti. Se sei abbastanza fortunato, ti viene appioppato il marchio del “pazzo”, che è un ottimo scansa-rogne.
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Caro collega, ti ho mandato una mail per quel progetto… 
  • Sadismo: come sostiene Woody Allen, “I buoni dormono meglio ma i cattivi, da svegli, si divertono molto di più”. Tendenzialmente, il ruolo del collerico trova una sua fine abbastanza presto. Il motivo è semplice: incazzarsi è stancante. Per mantenere il ruolo del pazzo che urla a lungo e godere così dei benefici che esso comporta, occorre mantenere una sana e corretta alimentazione, fare molto moto, avere una soddisfacente vita sessuale e non concedersi troppi vizi tipo fumo o alcol. Incazzarsi, urlare, aggredire provoca infatti aumento dei battiti cardiaci e della pressione, danneggia le corde vocali, i polmoni e perfino gli arti, se alle sfuriate si accompagnano calci e pugni a sedie e tavoli. Diciamola tutta, non conviene. Il sadismo subentra quando si realizza che l’essere collerici danneggia se stessi, mentre l’essere sadici danneggia gli altri. L’ira funesta non si può pianificare, occorre un casus belli, e spesso il destinatario è una vittima inconsapevole o addirittura innocente. Il sadismo invece può essere studiato a tavolino: occorre identificare una vittima, studiarne le abitudini, i riti, le usanze. Serve identificarne i punti deboli, capire l’ambiente in cui si muove, il branco di cui fa parte e relative caratteristiche dei componenti. Il sadico è uno stratega, il sadico è un fine osservatore. Sa esattamente cosa colpire, dove, quando. E sa farlo nel modo più feroce possibile. E soprattutto, al termine della giornata, il colletto della sua camicia è perfetto. Niente pezze di sudore per scoppi d’ira, niente unghie mangiate per la frustrazione, niente penne o matite spezzate per contenere reazioni d’istinto. Il sadico torna a casa e si sente Frank Castle dopo una bella nottata per le strade di New York.
  • Coma: se il personaggio dell’iracondo ti rende un personaggio da cui stare alla larga, ma sostanzialmente innocuo, quello del sadico ha un effetto potenzialmente pericoloso: ti crea dei nemici. L’iracondo spara nel mucchio, colpisce tutti e non colpisce nessuno. L’iracondo scaltro sa dosare un minimo le proprie sceneggiate a seconda dell’interlocutore. Ovviamente, mai fare sceneggiate con un dirigente di primissimo livello, per non rischiare richiami, e mai con gli ultimissimi arrivati, per non passare per stronzo. L’iracondo è tutto sommato equo. Il sadico invece colpisce come un cecchino, e colpisce per uccidere. Guai, guai a sbagliare il colpo. Se spari per uccidere, devi esserne sicuro. Ma tutti possono sbagliare. E se sbagli, ti esponi. Soprattutto, se sbagli preda. Capita che il sadico, in preda al delirio di onnipotenza, decida di colpire un soggetto apparentemente incapace di reagire, ma che in realtà è tale solo indirettamente. Basta infatti che il bersaglio abbia amici potenti, ed il sadico ha finito il suo gioco. Ti ritrovi così disarmato, odiato e schivato da tutti. In una parola, solo. Non ti resta a quel punto che sprofondare in un mutismo totale. Non rispondi più al telefono. Non rispondi più alle mail. Non saluti più nessuno. Non vai a pranzo coi colleghi. Non passeggi per il corridoio. Ti isoli. Ti mimetizzi. Scompari. Diventi parte dell’azienda, come un muro o un infisso. Ci sei, ma è come se non ci fossi.
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Il Nichilista Puro al lavoro nel suo ufficio
  • Nichilista Puro: è l’ultimo stadio della condizione psicofisica del dipendente. Sei diventato una sorta di entità astratta. I neo assunti, seduti attorno al fuoco assieme al resto della tribù, ascoltano affascinati i racconti che parlano di te, dei tuoi avvistamenti nelle notti senza luna, di come quella volta, tanti anni fa, nella tua follia, avevi addirittura detto “a mio parere, credo che ti sbagli” al Direttore Generale, invertendo così il flusso delle maree e inclinando l’asse terrestre di qualche grado. O di quella volta che, con crudele lentezza, avevi portato al suicidio la collega che metteva i totali nelle tabelle Excel senza usare le apposite formule, ma vi ricopiava a mano i risultati dei calcoli fatti a mano, su un foglio di carta, e quindi meritava di morire. Sei Leggenda (ciao, Will Smith). Qualche coraggioso, o sprovveduto, che ancora mantiene rapporti con te, che sa dove trovarti e in che modo rivolgersi a te, ti considera un Oracolo. E tu, forte della tua esperienza ultra decennale in azienda, vittima poi carnefice ed infine trasceso, ti pronunci in vaticini incomprensibili ai più, contraddistinti da un unico filo conduttore: la completa, inesorabile inutilità di una vita spesa seduto su una sedia di plastica, con schienale pieghevole, le gambe sotto un tavolo ergonomico come una vergine di norimberga, gli occhi ormai privi di pupille e squadrati, anzi, in 16:9 come gli schermi del computer, la pelle trasparente che mostra ruscelli di vene bluastre che pompano quel che resta della tua linfa vitale in giro per i meandri del tuo involucro terreno.

E poi, la morte.

Qualche settimana dopo, la pensione.

In ascensore con il Direttore Generale

Assenza causa malattia. Diciamo che per chi soffre di certi tipi di disturbi, passare da 40° con umidità 90 a 18° con umidità 2000 non aiuta, ma vabbè.

Ritorno in trincea di lunedì, abile e arruolato, pronto per combattere.
Sigla!

Il morale delle truppe è bassissimo, ma è lunedì e ci sta. Timbro con notevole anticipo – tipo sei minuti, ma il regolamento aziendale considera “regalati” i minuti timbrati prima delle otto, e se uno tutti i giorni regalasse sei minuti di vita all’azienda, alla fine dell’anno sarebbero tipo… tanti, il che è inaccettabile – e mi avvio in direzione dell’ascensore.

Percepisco qualcosa nell’aria, un non so che, un fremito nella Forza che mi drizza tutti i peli. C’è qualcosa che sta per succedere, ma non so ancora cosa. Questa cosa del percepire il pericolo è un superpotere che si sviluppa in tutti i dipendenti delle grandi aziende. Non è magia, è semplice darwinismo: la natura sviluppa e potenzia gli organi utili alla sopravvivenza. E cogliere in anticipo il pericolo, in una terra inospitale e crudele come quella aziendale, è assolutamente indispensabile. Ogni situazione di pericolo, infatti, può produrre solo due effetti: un danno per l’azienda, e di conseguenza anche per te, o un danno per te soltanto.

Gli ascensori della sede centrale della mia azienda, luogo in cui lavoro, installati in periodo pre-etrusco, per percorrere la distanza verticale che separa il piano zero dal piano due, dove lavoro, impiegano trenta-interminabili-secondi. Se si dovesse spiegare il concetto della relatività del tempo a dei profani di fisica, basterebbe fare l’esempio dell’ascensore: se hai una gamba ingessata devi fare sei rampe di scale, ecco che i trenta secondi dell’ascensore sono una magia degna di Harry Potter. Se invece sei in ascensore e hai urgentemente bisogno del cesso, i trenta secondi di ascensore diventano l’inferno. Più per gli altri, in realtà, che per te, qualora il Maligno annidatosi nel tuo stomaco inizi a sbuffare zolfo da… vabbè, ci siamo capiti.

Solo una cosa è peggiore dell’attacco di sciolta in ascensore. E’ l’incontro con un Alto Dirigente. Perchè non sai cosa dirgli. Egli/Ella ti guarda con un misto di curiosità e disprezzo – sono abbastanza convinto che lassù ai piani alti i top managers si raccontino reciprocamente i loro incontri con i sottoposti, un po’ come quando noi comuni mortali incontriamo un capriolo e lo raccontiamo agli amici dicendo “era bellissimo, ma molto spaventato… ho provato ad avvicinarmi ma è balzato via facendo strani versi”. Il fatto è che in ascensore non si può balzare via. Quando sei dentro, sei dentro.

E chi mi vedo arrivare, proprio mentre sto entrando in ascensore?

Palpatine in persona. L’Imperatore dei Sith. Il Direttore Generale.
Si tratta di un incontro molto importante, in grado di determinare in un modo o nell’altro il futuro del sottoposto – io, in questo caso – dal punto di vista lavorativo, personale e perfino ontologico. Uscire indenni da un incontro con il Capo Supremo significa poter legittimamente ambire al Paradiso, o a reincarnarsi in un animale superiore allo scarabeo stercorario, per chi crede nella reincarnazione.

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Parti parti parti parti…

Prego, prego, entri“. Dico. E commetto tre errori:
1) mai raddoppiare le formule di cortesia: “grazie, grazie”, “si figuri, si figuri” è un inconsapevole atteggiamento di servilismo che può solleticare certi dirigenti nazisti impotenti, ma non va mai espresso nei confronti di chi ha davvero la possibilità di decidere il tuo futuro. Gentili sì, servili mai.
2) “prego entri“: come se l’azienda fosse mia. Come se fossi  io a dargli il permesso di fare o di non fare qualcosa. L’azienda è “sua”. Cioè non è tecnicamente sua. Ma ha le redini. E un sottoposto non deve lasciare intendere al Potente che lui in fondo è solo un altro ingranaggio del Sistema, e che da un certo punto di vista è il sottoposto che permette al Potente di essere tale. Una frase, in un mondo post ideologico come quello odierno, è quasi da brigatista.
3) “Entri“. Il congiuntivo è un’arma di distruzione di massa per vari motivi. Il primo è che non tutti lo sanno usare. Se non lo sa usare il collega di pari livello, la legge della giungla prevede che costui venga sfottuto senza pietà e marchiato a vita come ignorante. A meno che il collega in questione non disponga di informazioni tali da poterti distruggere (i delatori, ad esempio, sono autorizzati ad esprimersi solo con verbi all’infinito presente, tipo gli indiani di “io cacciare bisonte ugh”: nessuno avrà mai il coraggio di fargli notare che si esprimono come Tarzan… troppo pericoloso), umiliare il collega ignorante è obbligatorio. Chi non lo fa, non esercita l’hobbesiano diritto naturale del “impiegatus impiegati lupus”. Ma usare il congiuntivo con un superiore è come tirare fuori la kryptonite alla festa di compleanno delle medie di Kal El. Perchè se il superiore è un manager moderno, di quelli che hanno studiato alla Bocconi “ma mi facevo le canne“, guidano la Panda per far vedere che sono amici del popolo o che fanno i compagnoni alla macchinetta del caffè, l’uso del congiuntivo è quasi ritenuto un’offesa. “Ma come“, pensa il Direttore, “io che ti tratto da mio pari, che ti do del tu, che in fin dei conti siamo fratelli e che remiamo tutti nella stessa direzione… e tu mi dai del lei? Brutto proletario di merda?” Mai, mai, mai ricordare ad un potente poser-sinistrorso che è potente. Si offende.
Se invece il congiuntivo lo si usa con un Dirigente di quelli old school, diventato tale grazie a ricatti, omicidi, sesso o sindacati compiacenti, tipicamente ignorante come un macigno e dialetticamente una tacca sotto Hodor , stai commettendo l’errore più grave: gli stai facendo notare che è un ignorante. E questo, agli ignoranti, non va mai fatto notare. Soprattutto se potenti.

“Prego, prego, entri pure”. Ho detto io a Palpatine. Trenta secondi. Milleuno, milledue, milletre, millequattro… è lunga eh?
Io muto, faccia contro la parete e colore della pelle rosso sangue venoso (lo stesso colore delle pareti dell’ascensore: il mimetismo, saper scomparire al bisogno, è fondamentale per la sopravvivenza). Palpatine guarda lo smartphone, che non si capisce perchè il suo in ascensore riceva perfettamente il segnale (4G, 5 tacche su 4) mentre se io guardo il display del mio, appare la scritta “cazzo guardi? Pezzente”, e di fianco all’antennina un patetico 3G e zero tacche.

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Scomparire: lo stai facendo bene

Millediciotto, millediciannove… E’ il momento in cui l’ascensore si trova a metà tra i due piani. Realizzo di essere col Capo supremo in una trappola di ferro e plastica compresa e compressa tra blocchi di cemento armato. Il cuore mi parte a battere come la doppia cassa del batterista degli Slayer. Essere claustrofobico non aiuta. E per me è “troppo stretto” anche stare in coda in posta. Figuriamoci un ascensore.

Milleventisette… milleventotto… Ok, ci siamo. E’ fatta. Però… cazzo. Devo salutarlo. Io scendo qui, mentre Palpatine prosegue verso l’Olimpo. Cosa gli dico? Arrivederci? Mica parto per il Vietnam. Mica è mia suocera o il mio salumiere. Buona giornata? No, implicitamente è come se gli dicessi che sta andando a lavorare. Ma lui è un Dirigente. E un dirigente non lavora, ma fa management.

Milletrenta… Ding! Le porte si aprono, lentamente e faticosamente come i Neri Cancelli di Mordor, e di fronte a noi (Palpatine ed io) si para un capannello di colleghi in transito dalla macchinetta dei caffè all’ufficio. Ci sono tutti quelli che contano: Sir Biss, Fassbender, Tisifone, Patti Smith e, leggermente più appartati, Von Clausewitz e Don Abbondio (vedi il Bestiario).
In quel preciso istante ho un’esperienza extracorporea: il mio spirito fluttua verso il gruppo, si volta e mi guarda. E così vedo me stesso, accanto all’Imperatore, che sorride. Sorride. E sento chiaramente i pensieri dei miei colleghi: raccomandato! Leccaculo! Chissà di cosa hanno parlato! Avrà chiesto un aumento! Si sarà lamentato di qualcuno! 

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Quell’espressione lì.

Ritorno in me, e mosso da una sorta di illuminazione divina, mentre esco dall’ascensore mi volto verso Palpatine e gli dico: “…allora, salve!”

Tutto si ferma. I cuori cessano di battere. Tisifone chiude bocca e cosce, RadioLondra si palesa volteggiando nella tromba delle scale, calandosi dall’alto tipo Tom Cruise in Mission Impossible. Unico rumore è di Von Clausewitz, che batte i tacchi in segno di saluto prussiano verso il Capo Supremo.

Salve!” Palpatine. Mi risponde. Salve.

E’ fatta.

In quel magistrale “…allora“, pronunciato come a conclusione di chissà quale conversazione con il Malvagio Lord dei Sith, sta tutto il mistero su cui si scatenerà la tempesta perfetta di illazioni che i delatori aziendali stanno già telegrafando ai quattro angoli del Regno.

Sono appena rientrato, sono in azienda da 5 minuti e 30 secondi, e sono già il protagonista indiscusso del prossimo mese di gossip feroce.

Ma sono sopravvissuto. Prossimo obbiettivo: venerdì.

Non manca molto.

La giornata del branco

I Creazionisti devono per forza essere tutti dei liberi professionisti.
Al massimo, degli artigiani.
Perchè solo chi lavora da solo, senza avere quotidianamente a che fare con colleghi e superiori, può non credere alla teoria evoluzionistica di Darwin.

Sigla!

Dai! E’ evidente. Siamo circondati da decine, centinaia di persone letteralmente appena scese dall’albero. Probabilmente tu, che leggi, ne hai un esemplare accanto. Maschio o femmina, poco importa.

Li vedi ciondolare da una stanza all’altra, con quei braccioni abnormi, producendosi in versi talvolta acuti, talvolta gutturali, a seconda del tipo di stimolo corporeo che stanno provando in quel momento. Sono creature semplici, ma affascinanti.
Ogni mattina, da bravi membri di un branco organizzato, si incolonnano da soli, in modo piuttosto ordinato per essere dei primati, e uno dopo l’altro timbrano il badge d’ingresso.

Certo, può capitare che qualche esemplare si accorga di essersi dimenticato il badge a casa proprio quando è davanti al timbratore, provocando rallentamenti nella colonna e accenni di rissa e proteste dal fondo della fila, che rischia di tardare di qualche decina di secondo la timbrata d’ingresso (e di conseguenza di dover restare al lavoro qualche decina di secondo in più al momento di uscire, cosa assolutamente inaccettabile). Poi il branco si divide in base alle mansioni che gli Alpha hanno previsto per loro.
Durante lo svolgimento di tali mansioni, in genere piuttosto silenzioso, capita che alcuni esemplari entrino in conflitto. Ed ecco che iniziano ad urlarsi addosso, a lanciarsi le feci con le mani o a fare lo sciopero del telefono. Quando la situazione si fa davvero critica, interviene l’Alpha a sedare gli animi, oppure qualche altro primate di cui, per imprecisati motivi, il branco prova rispetto (spesso è la sua appartenenza al potentissimo e trasversale sottobranco dei sindacalizzati), riesce a riportare la calma riuscendo a convincere le parti litiganti che “hai ragione tu”, ovviamente dicendolo ad entrambi.

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Tu e i tuoi colleghi al lavoro

Il branco poi ogni tanto si trova a celebrare momenti di gioco e di festosità, in occasione di compleanni di alcuni esemplari, alle cui celebrazioni vengono però invitati solo alcuni selezionatissimi ospiti, tra le ire degli esclusi.
Il branco si raduna a metà mattina in tanti piccoli micro-branchi per riposare la mente dal troppo lavoro, sorseggiando caffè, tè, orzo (più un dissenterico ginseng) erogati da macchinette alimentate direttamente dal tubo di scarico delle adiacenti latrine. I nuovi arrivati del branco se ne lamentano grandemente, ma vengono presto rassicurati dagli esemplari più anziani: il senso del gusto si compromette irreversibilmente già dopo una settimana di assunzione di tali beveroni.

Si narra che una volta l’addetto ai rifornimenti delle macchinette, rimasto a secco col furgone, abbia inserito 25€ di monete nel distributore automatico di caffè, ricavandone l’equivalente in beverone che poi ha immesso nel serbatoio, per poi partire sgommando verso nuove avventure.

Il branco arriva così alle 13, quando il terzo tipo (su cinque totali) di sensazione provato dalla loro specie inizia a dar segnali di vita: è ora di nutrirsi. Per i corridoi il silenzio diventa brusio, poi mormorìo, poi chiacchericcio ed infine baraonda totale seguita da percussioni, tamburi e grida di guerra. Inizia la caccia al cibo. Il branco esce in massa, in genere travolgendo il povero postino aziendale, e si sparpaglia, sempre diviso in piccoli gruppi, sul territorio circostante in base ai gusti e alle preferenze di ognuno.

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Mai trovarsi in corridoio quando scatta la pausa pranzo

Il rientro del branco è invece alla spicciolata: chi dopo trenta minuti, con ingurgitamenti di cibo in tempo record, chi dopo addirittura un’ora e trenta, con pausa pranzo, caffè, chiacchiere a tavola e crudele lotta con l’immancabile venditore ambulante di rose indian-pakistan-filippino (spesso frettolosamente liquidato dal branco come “oh no, il negro”, denotando scarse conoscenze etnogeografiche e ancor più scarse maniere civili), tutti comunque tornano al lavoro.

L’habitat, nelle ore post prandiali, si fa stranamente silenzioso, rilassante. Post-atomico.
Non vola una mosca. Non si ode un tasto di tastiera premuto. I mouse, quando (e se) premuti, emettono un soffice “pffff” anzichè il solito “click-click-click-click” che scandisce con battere prussiano il tempo del lavoro mattutino. In quelle ore del pomeriggio, l’Azienda entra in modalità risparmio energetico.

Poi, accade. Come risvegliato da un’unica coscienza collettiva di asimoviana memoria, il branco si riattiva ed in pochi istanti il silenzio si fa baraonda. E’ l’ora per il branco del ritorno nelle tane.

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William Wallace guida il branco verso l’uscita

A differenza della fase dell’ingresso, in cui il flusso è costante e regolare, l’uscita vede il branco dividersi in base alle capacità fisiche dei membri:
– su tutti primeggiano i veggenti, coloro che grazie a doti psichiche innate riescono ogni giorno a ritrovarsi davanti al timbratore esattamente allo scoccare del secondo che, aritmetica alla mano, va a completare le ore di lavoro dovute. Quando molti membri del branco stanno ancora spegnendo il computer, questi sono già montati sui loro mezzi e sono lanciati a folle velocità verso l’uscita del parcheggio, travolgendo con noncuranza clienti, utenti, pusher e nonnine coi nipoti.
– seguono poi i velocisti, coloro che correttamente attendono l’orario di uscita alla loro postazione. Ma appena scocca l’ora fatale, si proiettano fuori dall’ufficio, chi dalla porta, chi dalla finestra, chi lungo la grondaia e in pochi istanti sono al timbratore, forti ed orgogliosi dei pochi secondi “persi” e determinati ogni volta a migliorare la performance
– al terzo posto, il sotto branco dei tranquilli. Sono coloro che arrivano più o meno puntuali al mattino, che stanno più o meno nei tempi previsti in pausa pranzo, e che di conseguenza escono sempre con un range di ritardo che va dai 5 ai 25 minuti. Apparentemente i meno interessati, sono in realtà i più impressionanti. Le loro performance infatti non si misurano sul momento, ma sul lungo periodo. Sono quelli che, in un intero anno, riescono a non andare mai nè sotto, nè sopra l’orario dovuto
– ultimi esemplari sono i “guardatemi”, ovvero quei membri del branco che iniziano a svolgere le loro mansioni circa quaranta minuti prima dell’ora di uscita, riducendosi così a doversi fermare ben oltre l’orario di uscita, accumulando straordinari, ostentando una non comune vocazione al martirio e soprattutto potendo così dire il giorno dopo agli altri tre sottobranchi la classica frase “uffff… anche ieri mi sono dovuto fermare fino alle 19.30…”

Il branco è uscito. L’Azienda è vuota.
Il timbratore lampeggia, a cadenza regolare.

Curiosamente, è la stessa frequenza con cui pulsano i cuori del branco, ormai completamente in simbiosi con la vita da impiegati.