Gli stadi psicologici del dipendente

Se i pellerossa si fossero coalizzati contro gli invasori europei, avrebbero perso comunque per via che tra fucile e arco vince fucile, ma almeno avrebbero fatto penare un po’ di più il nemico. E invece, i pellerossa si legnavano tra loro e nelle pause cercavano di sopravvivere agli invasori.

Fatte le debite proporzioni, al lavoro accade la stessa cosa. Certo, al lavoro non ci si scotenna, non ci si pianta asce nel petto, non si muore per sepsi in seguito ad una freccia avvelenata o ad un proiettile di piombo in una gamba. No.

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Kali maaaaa – Kali maaaa – Kali maa shakti de

Al lavoro può andarti peggio.

Al lavoro ci si ferisce in modi così crudeli che Hostel al confronto è Mamma ho perso l’aereo. Niente di fisico, per carità. Si usano parole, sguardi e gesti. E’ una sorta di antica arte esoterica completamente malvagia, una magia nera capace, con immagini e suoni, di portarti a stati emotivi sempre più negativi, sempre più cupi. Fino al nulla.

Sigla!

Gli stadi psicologici che il dipendente-tipo di un’azienda-tipo sviluppa nel corso delle quotidiane sfide e crudeltà reciproche sono grossomodo otto: sopportazione, incredulità, insofferenza, atteggiamento passivo-aggressivo, ira funesta, sadismo, coma e nichilismo puro.

Vediamoli insieme:

  • sopportazione: è quel sentimento che prova di solito il neo assunto quando inizia a percepire ciò che non va nel suo nuovo ambiente di lavoro. E così, le clamorose incompetenze gli paiono ingenue manchevolezze, o terribili carognate sembrano comportamenti ascrivibili a singoli gesti dettati antichi rancori. Insomma, si sopporta, si fa spallucce e si guarda avanti. D’altronde, non va malaccio, dai… cosa mai potrebbe andare peggio?
  • incredulità: poniamo che appena assunto tu conosca un collega evidentemente cerebroleso, assunto per pietà e piazzato a far fotocopie (storte) e a consegnar buste (sbagliando destinatario). Dopo due anni, un bel mattino, arrivi in ufficio e te lo ritrovi dirigente. E’ uno scherzo? Non ci credi. Eppure è così. E scopri che è diventato dirigente grazie ad una spietata selezione interna, dove i CV dei candidati sono stati stampati per tener fermo il tavolo su cui sono state decise le nomine, incrociando appartenenze sindacali, conoscenze reciproche di scheletri nell’armadio, equilibri politici e ovviamente molto sesso fedifrago. E così, il tuo collega cerebroleso è dirigente. “Ma farà dei danni, con le nuove responsabilità…” ti dici, incredulo. E l’incredulità tocca vette di agnosticismo quando scopri che le mansioni del neo dirigente sono sempre le stesse: fare fotocopie, consegnare buste. Promoveatur ut amoveatur, dicevano i Cesaroni. E infatti.
  • insofferenza: sei impiegato ormai da alcuni anni, e la follia del tuo ambiente di lavoro ti colpisce e rimbalza via come i denti di Cecchi Gori sul culo di Valeria Marini. Finchè sei in ufficio, tuttavia, non lasci trasparire niente. Un monaco shaolin. Una muraglia. Indistruttibile. Ma le prime rughe – le prime crepe – iniziano a farsi strada dalla fronte agli zigomi. Le gengive iniziano a ritrarsi, molari e premolari a farsi curiosamente più taglienti. E così capita che alla fine della giornata, quando sei lì lì per uscire e qualche collega ti chiama per dirti qualcosa di assolutamente inutile, ti volti e lo mandi a fanculo. E’ il segnale.
  • Atteggiamento passivo-aggressivo: è la fase pre-esplosiva, quella meno evidente ma potenzialmente la più pericolosa. Il passivo aggressivo, fuori Hodor e dentro Leatherface. Il passivo aggressivo subisce una carognata? Sorride. Il passivo aggressivo si prende un carico di lavoro che non gli spettava? China la testa e si mette all’opera. Il passivo aggressivo viene preso a male parole da un dirigente frustrato perchè suo figlio – il genio – si è fatto bocciare alle serali? Incassa. Il passivo aggressivo sta zitto. Ma il suo silenzio non va confuso con l’indifferenza. No. Il passivo aggressivo ascolta. E memorizza.
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Tu. Sì. Ciao. Muori adesso.
  • Ira funesta: di solito la mutazione avviene per un’inezia, un fatto minuscolo, trascurabilissimo, un granello di polvere che si posa sul piatto della bilancia che regge la montagna di merda faticosamente sopportata negli anni, e la fa inabissare. Un caffè non erogato dalla macchinetta. Una moneta mangiata. Il bagno occupato. I posti auto finiti. Niente più biro sulla scrivania, rubate da chissà chi. E così, nel silenzio, all’improvviso, avverti dentro di te un boato: è la diga del Vajont del tuo self-control che si sgretola, lasciando scorrere quei 30 o 40 anni di incazzature mai lasciate sfogare. Tutte contemporaneamente. I colleghi più pavidi si spaventano. I più esperti, imparano ad evitarti. Se sei abbastanza fortunato, ti viene appioppato il marchio del “pazzo”, che è un ottimo scansa-rogne.
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Caro collega, ti ho mandato una mail per quel progetto… 
  • Sadismo: come sostiene Woody Allen, “I buoni dormono meglio ma i cattivi, da svegli, si divertono molto di più”. Tendenzialmente, il ruolo del collerico trova una sua fine abbastanza presto. Il motivo è semplice: incazzarsi è stancante. Per mantenere il ruolo del pazzo che urla a lungo e godere così dei benefici che esso comporta, occorre mantenere una sana e corretta alimentazione, fare molto moto, avere una soddisfacente vita sessuale e non concedersi troppi vizi tipo fumo o alcol. Incazzarsi, urlare, aggredire provoca infatti aumento dei battiti cardiaci e della pressione, danneggia le corde vocali, i polmoni e perfino gli arti, se alle sfuriate si accompagnano calci e pugni a sedie e tavoli. Diciamola tutta, non conviene. Il sadismo subentra quando si realizza che l’essere collerici danneggia se stessi, mentre l’essere sadici danneggia gli altri. L’ira funesta non si può pianificare, occorre un casus belli, e spesso il destinatario è una vittima inconsapevole o addirittura innocente. Il sadismo invece può essere studiato a tavolino: occorre identificare una vittima, studiarne le abitudini, i riti, le usanze. Serve identificarne i punti deboli, capire l’ambiente in cui si muove, il branco di cui fa parte e relative caratteristiche dei componenti. Il sadico è uno stratega, il sadico è un fine osservatore. Sa esattamente cosa colpire, dove, quando. E sa farlo nel modo più feroce possibile. E soprattutto, al termine della giornata, il colletto della sua camicia è perfetto. Niente pezze di sudore per scoppi d’ira, niente unghie mangiate per la frustrazione, niente penne o matite spezzate per contenere reazioni d’istinto. Il sadico torna a casa e si sente Frank Castle dopo una bella nottata per le strade di New York.
  • Coma: se il personaggio dell’iracondo ti rende un personaggio da cui stare alla larga, ma sostanzialmente innocuo, quello del sadico ha un effetto potenzialmente pericoloso: ti crea dei nemici. L’iracondo spara nel mucchio, colpisce tutti e non colpisce nessuno. L’iracondo scaltro sa dosare un minimo le proprie sceneggiate a seconda dell’interlocutore. Ovviamente, mai fare sceneggiate con un dirigente di primissimo livello, per non rischiare richiami, e mai con gli ultimissimi arrivati, per non passare per stronzo. L’iracondo è tutto sommato equo. Il sadico invece colpisce come un cecchino, e colpisce per uccidere. Guai, guai a sbagliare il colpo. Se spari per uccidere, devi esserne sicuro. Ma tutti possono sbagliare. E se sbagli, ti esponi. Soprattutto, se sbagli preda. Capita che il sadico, in preda al delirio di onnipotenza, decida di colpire un soggetto apparentemente incapace di reagire, ma che in realtà è tale solo indirettamente. Basta infatti che il bersaglio abbia amici potenti, ed il sadico ha finito il suo gioco. Ti ritrovi così disarmato, odiato e schivato da tutti. In una parola, solo. Non ti resta a quel punto che sprofondare in un mutismo totale. Non rispondi più al telefono. Non rispondi più alle mail. Non saluti più nessuno. Non vai a pranzo coi colleghi. Non passeggi per il corridoio. Ti isoli. Ti mimetizzi. Scompari. Diventi parte dell’azienda, come un muro o un infisso. Ci sei, ma è come se non ci fossi.
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Il Nichilista Puro al lavoro nel suo ufficio
  • Nichilista Puro: è l’ultimo stadio della condizione psicofisica del dipendente. Sei diventato una sorta di entità astratta. I neo assunti, seduti attorno al fuoco assieme al resto della tribù, ascoltano affascinati i racconti che parlano di te, dei tuoi avvistamenti nelle notti senza luna, di come quella volta, tanti anni fa, nella tua follia, avevi addirittura detto “a mio parere, credo che ti sbagli” al Direttore Generale, invertendo così il flusso delle maree e inclinando l’asse terrestre di qualche grado. O di quella volta che, con crudele lentezza, avevi portato al suicidio la collega che metteva i totali nelle tabelle Excel senza usare le apposite formule, ma vi ricopiava a mano i risultati dei calcoli fatti a mano, su un foglio di carta, e quindi meritava di morire. Sei Leggenda (ciao, Will Smith). Qualche coraggioso, o sprovveduto, che ancora mantiene rapporti con te, che sa dove trovarti e in che modo rivolgersi a te, ti considera un Oracolo. E tu, forte della tua esperienza ultra decennale in azienda, vittima poi carnefice ed infine trasceso, ti pronunci in vaticini incomprensibili ai più, contraddistinti da un unico filo conduttore: la completa, inesorabile inutilità di una vita spesa seduto su una sedia di plastica, con schienale pieghevole, le gambe sotto un tavolo ergonomico come una vergine di norimberga, gli occhi ormai privi di pupille e squadrati, anzi, in 16:9 come gli schermi del computer, la pelle trasparente che mostra ruscelli di vene bluastre che pompano quel che resta della tua linfa vitale in giro per i meandri del tuo involucro terreno.

E poi, la morte.

Qualche settimana dopo, la pensione.

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In ascensore con il Direttore Generale

Assenza causa malattia. Diciamo che per chi soffre di certi tipi di disturbi, passare da 40° con umidità 90 a 18° con umidità 2000 non aiuta, ma vabbè.

Ritorno in trincea di lunedì, abile e arruolato, pronto per combattere.
Sigla!

Il morale delle truppe è bassissimo, ma è lunedì e ci sta. Timbro con notevole anticipo – tipo sei minuti, ma il regolamento aziendale considera “regalati” i minuti timbrati prima delle otto, e se uno tutti i giorni regalasse sei minuti di vita all’azienda, alla fine dell’anno sarebbero tipo… tanti, il che è inaccettabile – e mi avvio in direzione dell’ascensore.

Percepisco qualcosa nell’aria, un non so che, un fremito nella Forza che mi drizza tutti i peli. C’è qualcosa che sta per succedere, ma non so ancora cosa. Questa cosa del percepire il pericolo è un superpotere che si sviluppa in tutti i dipendenti delle grandi aziende. Non è magia, è semplice darwinismo: la natura sviluppa e potenzia gli organi utili alla sopravvivenza. E cogliere in anticipo il pericolo, in una terra inospitale e crudele come quella aziendale, è assolutamente indispensabile. Ogni situazione di pericolo, infatti, può produrre solo due effetti: un danno per l’azienda, e di conseguenza anche per te, o un danno per te soltanto.

Gli ascensori della sede centrale della mia azienda, luogo in cui lavoro, installati in periodo pre-etrusco, per percorrere la distanza verticale che separa il piano zero dal piano due, dove lavoro, impiegano trenta-interminabili-secondi. Se si dovesse spiegare il concetto della relatività del tempo a dei profani di fisica, basterebbe fare l’esempio dell’ascensore: se hai una gamba ingessata devi fare sei rampe di scale, ecco che i trenta secondi dell’ascensore sono una magia degna di Harry Potter. Se invece sei in ascensore e hai urgentemente bisogno del cesso, i trenta secondi di ascensore diventano l’inferno. Più per gli altri, in realtà, che per te, qualora il Maligno annidatosi nel tuo stomaco inizi a sbuffare zolfo da… vabbè, ci siamo capiti.

Solo una cosa è peggiore dell’attacco di sciolta in ascensore. E’ l’incontro con un Alto Dirigente. Perchè non sai cosa dirgli. Egli/Ella ti guarda con un misto di curiosità e disprezzo – sono abbastanza convinto che lassù ai piani alti i top managers si raccontino reciprocamente i loro incontri con i sottoposti, un po’ come quando noi comuni mortali incontriamo un capriolo e lo raccontiamo agli amici dicendo “era bellissimo, ma molto spaventato… ho provato ad avvicinarmi ma è balzato via facendo strani versi”. Il fatto è che in ascensore non si può balzare via. Quando sei dentro, sei dentro.

E chi mi vedo arrivare, proprio mentre sto entrando in ascensore?

Palpatine in persona. L’Imperatore dei Sith. Il Direttore Generale.
Si tratta di un incontro molto importante, in grado di determinare in un modo o nell’altro il futuro del sottoposto – io, in questo caso – dal punto di vista lavorativo, personale e perfino ontologico. Uscire indenni da un incontro con il Capo Supremo significa poter legittimamente ambire al Paradiso, o a reincarnarsi in un animale superiore allo scarabeo stercorario, per chi crede nella reincarnazione.

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Parti parti parti parti…

Prego, prego, entri“. Dico. E commetto tre errori:
1) mai raddoppiare le formule di cortesia: “grazie, grazie”, “si figuri, si figuri” è un inconsapevole atteggiamento di servilismo che può solleticare certi dirigenti nazisti impotenti, ma non va mai espresso nei confronti di chi ha davvero la possibilità di decidere il tuo futuro. Gentili sì, servili mai.
2) “prego entri“: come se l’azienda fosse mia. Come se fossi  io a dargli il permesso di fare o di non fare qualcosa. L’azienda è “sua”. Cioè non è tecnicamente sua. Ma ha le redini. E un sottoposto non deve lasciare intendere al Potente che lui in fondo è solo un altro ingranaggio del Sistema, e che da un certo punto di vista è il sottoposto che permette al Potente di essere tale. Una frase, in un mondo post ideologico come quello odierno, è quasi da brigatista.
3) “Entri“. Il congiuntivo è un’arma di distruzione di massa per vari motivi. Il primo è che non tutti lo sanno usare. Se non lo sa usare il collega di pari livello, la legge della giungla prevede che costui venga sfottuto senza pietà e marchiato a vita come ignorante. A meno che il collega in questione non disponga di informazioni tali da poterti distruggere (i delatori, ad esempio, sono autorizzati ad esprimersi solo con verbi all’infinito presente, tipo gli indiani di “io cacciare bisonte ugh”: nessuno avrà mai il coraggio di fargli notare che si esprimono come Tarzan… troppo pericoloso), umiliare il collega ignorante è obbligatorio. Chi non lo fa, non esercita l’hobbesiano diritto naturale del “impiegatus impiegati lupus”. Ma usare il congiuntivo con un superiore è come tirare fuori la kryptonite alla festa di compleanno delle medie di Kal El. Perchè se il superiore è un manager moderno, di quelli che hanno studiato alla Bocconi “ma mi facevo le canne“, guidano la Panda per far vedere che sono amici del popolo o che fanno i compagnoni alla macchinetta del caffè, l’uso del congiuntivo è quasi ritenuto un’offesa. “Ma come“, pensa il Direttore, “io che ti tratto da mio pari, che ti do del tu, che in fin dei conti siamo fratelli e che remiamo tutti nella stessa direzione… e tu mi dai del lei? Brutto proletario di merda?” Mai, mai, mai ricordare ad un potente poser-sinistrorso che è potente. Si offende.
Se invece il congiuntivo lo si usa con un Dirigente di quelli old school, diventato tale grazie a ricatti, omicidi, sesso o sindacati compiacenti, tipicamente ignorante come un macigno e dialetticamente una tacca sotto Hodor , stai commettendo l’errore più grave: gli stai facendo notare che è un ignorante. E questo, agli ignoranti, non va mai fatto notare. Soprattutto se potenti.

“Prego, prego, entri pure”. Ho detto io a Palpatine. Trenta secondi. Milleuno, milledue, milletre, millequattro… è lunga eh?
Io muto, faccia contro la parete e colore della pelle rosso sangue venoso (lo stesso colore delle pareti dell’ascensore: il mimetismo, saper scomparire al bisogno, è fondamentale per la sopravvivenza). Palpatine guarda lo smartphone, che non si capisce perchè il suo in ascensore riceva perfettamente il segnale (4G, 5 tacche su 4) mentre se io guardo il display del mio, appare la scritta “cazzo guardi? Pezzente”, e di fianco all’antennina un patetico 3G e zero tacche.

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Scomparire: lo stai facendo bene

Millediciotto, millediciannove… E’ il momento in cui l’ascensore si trova a metà tra i due piani. Realizzo di essere col Capo supremo in una trappola di ferro e plastica compresa e compressa tra blocchi di cemento armato. Il cuore mi parte a battere come la doppia cassa del batterista degli Slayer. Essere claustrofobico non aiuta. E per me è “troppo stretto” anche stare in coda in posta. Figuriamoci un ascensore.

Milleventisette… milleventotto… Ok, ci siamo. E’ fatta. Però… cazzo. Devo salutarlo. Io scendo qui, mentre Palpatine prosegue verso l’Olimpo. Cosa gli dico? Arrivederci? Mica parto per il Vietnam. Mica è mia suocera o il mio salumiere. Buona giornata? No, implicitamente è come se gli dicessi che sta andando a lavorare. Ma lui è un Dirigente. E un dirigente non lavora, ma fa management.

Milletrenta… Ding! Le porte si aprono, lentamente e faticosamente come i Neri Cancelli di Mordor, e di fronte a noi (Palpatine ed io) si para un capannello di colleghi in transito dalla macchinetta dei caffè all’ufficio. Ci sono tutti quelli che contano: Sir Biss, Fassbender, Tisifone, Patti Smith e, leggermente più appartati, Von Clausewitz e Don Abbondio (vedi il Bestiario).
In quel preciso istante ho un’esperienza extracorporea: il mio spirito fluttua verso il gruppo, si volta e mi guarda. E così vedo me stesso, accanto all’Imperatore, che sorride. Sorride. E sento chiaramente i pensieri dei miei colleghi: raccomandato! Leccaculo! Chissà di cosa hanno parlato! Avrà chiesto un aumento! Si sarà lamentato di qualcuno! 

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Quell’espressione lì.

Ritorno in me, e mosso da una sorta di illuminazione divina, mentre esco dall’ascensore mi volto verso Palpatine e gli dico: “…allora, salve!”

Tutto si ferma. I cuori cessano di battere. Tisifone chiude bocca e cosce, RadioLondra si palesa volteggiando nella tromba delle scale, calandosi dall’alto tipo Tom Cruise in Mission Impossible. Unico rumore è di Von Clausewitz, che batte i tacchi in segno di saluto prussiano verso il Capo Supremo.

Salve!” Palpatine. Mi risponde. Salve.

E’ fatta.

In quel magistrale “…allora“, pronunciato come a conclusione di chissà quale conversazione con il Malvagio Lord dei Sith, sta tutto il mistero su cui si scatenerà la tempesta perfetta di illazioni che i delatori aziendali stanno già telegrafando ai quattro angoli del Regno.

Sono appena rientrato, sono in azienda da 5 minuti e 30 secondi, e sono già il protagonista indiscusso del prossimo mese di gossip feroce.

Ma sono sopravvissuto. Prossimo obbiettivo: venerdì.

Non manca molto.

La giornata del branco

I Creazionisti devono per forza essere tutti dei liberi professionisti.
Al massimo, degli artigiani.
Perchè solo chi lavora da solo, senza avere quotidianamente a che fare con colleghi e superiori, può non credere alla teoria evoluzionistica di Darwin.

Sigla!

Dai! E’ evidente. Siamo circondati da decine, centinaia di persone letteralmente appena scese dall’albero. Probabilmente tu, che leggi, ne hai un esemplare accanto. Maschio o femmina, poco importa.

Li vedi ciondolare da una stanza all’altra, con quei braccioni abnormi, producendosi in versi talvolta acuti, talvolta gutturali, a seconda del tipo di stimolo corporeo che stanno provando in quel momento. Sono creature semplici, ma affascinanti.
Ogni mattina, da bravi membri di un branco organizzato, si incolonnano da soli, in modo piuttosto ordinato per essere dei primati, e uno dopo l’altro timbrano il badge d’ingresso.

Certo, può capitare che qualche esemplare si accorga di essersi dimenticato il badge a casa proprio quando è davanti al timbratore, provocando rallentamenti nella colonna e accenni di rissa e proteste dal fondo della fila, che rischia di tardare di qualche decina di secondo la timbrata d’ingresso (e di conseguenza di dover restare al lavoro qualche decina di secondo in più al momento di uscire, cosa assolutamente inaccettabile). Poi il branco si divide in base alle mansioni che gli Alpha hanno previsto per loro.
Durante lo svolgimento di tali mansioni, in genere piuttosto silenzioso, capita che alcuni esemplari entrino in conflitto. Ed ecco che iniziano ad urlarsi addosso, a lanciarsi le feci con le mani o a fare lo sciopero del telefono. Quando la situazione si fa davvero critica, interviene l’Alpha a sedare gli animi, oppure qualche altro primate di cui, per imprecisati motivi, il branco prova rispetto (spesso è la sua appartenenza al potentissimo e trasversale sottobranco dei sindacalizzati), riesce a riportare la calma riuscendo a convincere le parti litiganti che “hai ragione tu”, ovviamente dicendolo ad entrambi.

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Tu e i tuoi colleghi al lavoro

Il branco poi ogni tanto si trova a celebrare momenti di gioco e di festosità, in occasione di compleanni di alcuni esemplari, alle cui celebrazioni vengono però invitati solo alcuni selezionatissimi ospiti, tra le ire degli esclusi.
Il branco si raduna a metà mattina in tanti piccoli micro-branchi per riposare la mente dal troppo lavoro, sorseggiando caffè, tè, orzo (più un dissenterico ginseng) erogati da macchinette alimentate direttamente dal tubo di scarico delle adiacenti latrine. I nuovi arrivati del branco se ne lamentano grandemente, ma vengono presto rassicurati dagli esemplari più anziani: il senso del gusto si compromette irreversibilmente già dopo una settimana di assunzione di tali beveroni.

Si narra che una volta l’addetto ai rifornimenti delle macchinette, rimasto a secco col furgone, abbia inserito 25€ di monete nel distributore automatico di caffè, ricavandone l’equivalente in beverone che poi ha immesso nel serbatoio, per poi partire sgommando verso nuove avventure.

Il branco arriva così alle 13, quando il terzo tipo (su cinque totali) di sensazione provato dalla loro specie inizia a dar segnali di vita: è ora di nutrirsi. Per i corridoi il silenzio diventa brusio, poi mormorìo, poi chiacchericcio ed infine baraonda totale seguita da percussioni, tamburi e grida di guerra. Inizia la caccia al cibo. Il branco esce in massa, in genere travolgendo il povero postino aziendale, e si sparpaglia, sempre diviso in piccoli gruppi, sul territorio circostante in base ai gusti e alle preferenze di ognuno.

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Mai trovarsi in corridoio quando scatta la pausa pranzo

Il rientro del branco è invece alla spicciolata: chi dopo trenta minuti, con ingurgitamenti di cibo in tempo record, chi dopo addirittura un’ora e trenta, con pausa pranzo, caffè, chiacchiere a tavola e crudele lotta con l’immancabile venditore ambulante di rose indian-pakistan-filippino (spesso frettolosamente liquidato dal branco come “oh no, il negro”, denotando scarse conoscenze etnogeografiche e ancor più scarse maniere civili), tutti comunque tornano al lavoro.

L’habitat, nelle ore post prandiali, si fa stranamente silenzioso, rilassante. Post-atomico.
Non vola una mosca. Non si ode un tasto di tastiera premuto. I mouse, quando (e se) premuti, emettono un soffice “pffff” anzichè il solito “click-click-click-click” che scandisce con battere prussiano il tempo del lavoro mattutino. In quelle ore del pomeriggio, l’Azienda entra in modalità risparmio energetico.

Poi, accade. Come risvegliato da un’unica coscienza collettiva di asimoviana memoria, il branco si riattiva ed in pochi istanti il silenzio si fa baraonda. E’ l’ora per il branco del ritorno nelle tane.

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William Wallace guida il branco verso l’uscita

A differenza della fase dell’ingresso, in cui il flusso è costante e regolare, l’uscita vede il branco dividersi in base alle capacità fisiche dei membri:
– su tutti primeggiano i veggenti, coloro che grazie a doti psichiche innate riescono ogni giorno a ritrovarsi davanti al timbratore esattamente allo scoccare del secondo che, aritmetica alla mano, va a completare le ore di lavoro dovute. Quando molti membri del branco stanno ancora spegnendo il computer, questi sono già montati sui loro mezzi e sono lanciati a folle velocità verso l’uscita del parcheggio, travolgendo con noncuranza clienti, utenti, pusher e nonnine coi nipoti.
– seguono poi i velocisti, coloro che correttamente attendono l’orario di uscita alla loro postazione. Ma appena scocca l’ora fatale, si proiettano fuori dall’ufficio, chi dalla porta, chi dalla finestra, chi lungo la grondaia e in pochi istanti sono al timbratore, forti ed orgogliosi dei pochi secondi “persi” e determinati ogni volta a migliorare la performance
– al terzo posto, il sotto branco dei tranquilli. Sono coloro che arrivano più o meno puntuali al mattino, che stanno più o meno nei tempi previsti in pausa pranzo, e che di conseguenza escono sempre con un range di ritardo che va dai 5 ai 25 minuti. Apparentemente i meno interessati, sono in realtà i più impressionanti. Le loro performance infatti non si misurano sul momento, ma sul lungo periodo. Sono quelli che, in un intero anno, riescono a non andare mai nè sotto, nè sopra l’orario dovuto
– ultimi esemplari sono i “guardatemi”, ovvero quei membri del branco che iniziano a svolgere le loro mansioni circa quaranta minuti prima dell’ora di uscita, riducendosi così a doversi fermare ben oltre l’orario di uscita, accumulando straordinari, ostentando una non comune vocazione al martirio e soprattutto potendo così dire il giorno dopo agli altri tre sottobranchi la classica frase “uffff… anche ieri mi sono dovuto fermare fino alle 19.30…”

Il branco è uscito. L’Azienda è vuota.
Il timbratore lampeggia, a cadenza regolare.

Curiosamente, è la stessa frequenza con cui pulsano i cuori del branco, ormai completamente in simbiosi con la vita da impiegati.

Odio i lunedì

Banalissimo incipit, ma è forse una delle più grandi verità della nostra epoca post moderna. Odiare i lunedì è il primo dovere per qualsiasi persona dotata di un briciolo di spirito critico, di chi ancora conserva il vago ricordo dei sogni di ragazzino, in cui alla domanda “cosa vuoi fare da grande” si rispondeva con:
– il cowboy, se sei nato negli anni ’50
– l’astronauta, se sei nato negli anni ’60
– la rockstar, se sei nato negli anni ’70
– il successore della Divina Scuola di Hokuto, se come me sei nato negli anni ’80
– il cacciatore di Pokèmon, se sei nato negli anni ’90
– Fedez se sei nato negli anni 2000

Chiunque ha ancora un’anima, è moralmente obbligato ad odiare i lunedì. Perchè anche il sogno di essere Fedez, per quanto abominevole possa essere tale pensiero, è comunque meglio che la realtà di essere un dipendente di una mega azienda senz’anima, in cui si è matricole prima che persone.

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I genitori di un millenial che da grande vuole essere Fedez

Odiare i lunedì è giusto. E’ il nostro primordiale istinto di sopravvivenza che ci fa provare tale sentimento. E’ il campanello d’allarme che già al mattino presto suona più forte della sveglia e ci ricorda “ATTENZIONE! PERICOLO!”
Perchè è al lunedì che l’Azienda dà il meglio del peggio di sè.
I dirigenti tornano dal loro idilliaco weekend trascorso nel club esclusivo, o nella loro terza casa al mare/chalet in montagna, dove assieme agli immancabili Jean Pierre e Chantal, i loro amici di una vita, hanno passato “due giorni meravigliosi, guarda… e poi un sole, ma un sole!”. Tu li ascolti e sai che devi sorridere, ed intanto pensi al tuo weekend, trascorso con moglie, genitori e suoceri in un bellissimo pranzo tutti assieme, tutti felicissimi. All’idea di alzarsi da tavola e andarsene a fare dell’altro. “Eh ma dai, non li vediamo mai…” dice tua moglie mentre si arrotola il cordone ombelicale attorno ad un braccio.

Stamattina il treno del caffè, più che un Frecciarossa, sembrava uno sferragliante e sgangherato treno merci, una marcia di zombie verso la saletta delle macchinette. Guidato da Sir Biss e Radio Londra, i colleghi delatori (che in questo modo hanno la possibilità di controllare chi sta facendo cosa in ogni singolo ufficio ed inventare così nuovi gossip), il treno è passato per i corridoi raccogliendo il bestiame ed è arrivato alla Quarta Casa dello Zodiaco, quella di Cancer, dove il feroce Cavaliere d’Oro stava giust’appunto rendendo operative le macchinette del caffè e delle cazzatine da mangiare.

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Il treno del caffè al lunedì mattina

Alla macchinetta troviamo già i colleghi Fassbender e Tisifone che si mandano velatissimi input sessuali (lui le sfoggia il suo celebre sorriso a 32 denti tutti canini, mentre con una mano si scosta il riporto, lei gli esce le cosce, un tempo sode e ben tornite, ed oggi ridotte a due polente colate in due disperate autoreggenti).

Qui si consuma il silenzioso dramma del lunedì. Sessanta umani in una stanzetta 4×4 + luci al neon + depressione post weekend = distopia orwelliana.

Nessuno parla. Qualche sorriso d’ordinanza. C’è chi timidamente chiede ad un collega “com’è andato il weekend?” sperando di sentirsi rispondere che è andato di merda, perchè col cazzo che mal comune mezzo gaudio, qui in Azienda la regola è: tu soffri, io godo.

Il caffè mattutino inizia nel silenzio e finisce nel silenzio. Il serpentone di condannati torna indietro e man mano che passa davanti ai corridoi diventa sempre più corto, fino a rimanere composto solo da due persone: Sir Biss e Radio Londra, che dopo aver immagazzinato tutte le chiacchiere di tutti i colleghi, preparano a passare la loro giornata in chiacchiere e veleni.

Odio i lunedì.

Buona settimana a tutti.

La firma aziendale

Quando si è un minuscolo ingranaggio di una colossale macchina infernale come un’azienda da migliaia di dipendenti, ci si deprime.
Il senso di inutilità aumenta ogni giorno, l’autostima precipita e la consapevolezza di non avere per le mani nessuna possibilità di evoluzione o di cambiamento paralizza completamente il cervello.
In una grande azienda non si lavora, si sopravvive giorno dopo giorno in un eterno loop fatto di routine e di noia.

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Così tutti i giorni. Per 40 anni.

Ci sono solo tre possibili reazioni per riacquistare autostima e fiducia in se stessi.
La prima è licenziarsi ed affrontare l’inferno del cercare un lavoro, con il costante terrore di finire dalla classica padella alla brace.
La seconda è iniziare a drogarsi con potenti allucinogeni: la realtà, per lo meno quella percepita, cambia. Ma questa pratica provoca spiacevoli effetti collaterali, uno su tutti il ritorno alla realtà.
La terza soluzione, sempre più in voga nelle grandi aziende e non solo, è il modificare la propria firma automatica alle email aziendali.

Di solito nelle firme aziendali si mette nome, cognome, mansione (o reparto) e recapiti. Al massimo, in calce, si aggiunge una piccola frase o una massima, ma solo se ci si vuole dare un po’ di arie da intellettuali o da ambientalisti.
Tipo:

Mario Rossi
Ufficio Personale
tel 1234 – email m.rossi@azienda.it
– – – think before printing – – –

La propria firma è l’ufficializzazione del proprio micro-ruolo nella gigantesca organizzazione aziendale. La leggiamo ogni giorno, ed ogni giorno ci dice chi siamo. Ed ogni volta che lo leggiamo, troviamo conferma di essere delle nullità.

Paolo Villaggio aveva già intuito questa degenerazione, con i mostruosi titoli dei megadirigenti. Era un genio assoluto, ma mai avrebbe potuto pensare che i “Lup. Mann. Figl. di Tro. Gran Puttanier. di Gran Croc” sarebbero stati non i mega dirigenti. Ma i dipendenti. Fantozzi era vittima di questi megalomani. Mai avrebbe osato auto-assegnarsi qualifiche che non gli spettavano.

Eppure. Complice forse il boom dei video dei vari CEO di aziende ovviamente americane, simpatici, cordiali, friendly, rigorosamente con magliettina girocollo scura, che tengono discorsi iper motivazionali e pseudo-filosofici ormai ovunque, su qualsiasi cosa. Sono fighissimi, i CEO. E poi vai a leggere le cose che hanno fatto, i loro titoli e dici WOW, ma sono fighissimi.

Ma soprattutto, è arrivato LinkedIn. E’ la piattaforma/social/sito (boh, cos’è LinkedIn?) in cui la gente si registra ed inserisce le proprie competenze professionali, il proprio CV e le varie esperienze lavorative. E su LinkedIn siamo tutti Steve Jobs.
E così capiti sulla pagina del tuo amico, noto cazzone ubriacone molesto, semianalfabeta, la cui unica abilità e competenza è sempre stata solo quella di accendersi le scoregge, e leggi: “Special quality control international business”. O la tua amica che per finire ingegneria ci ha messo 11 anni e non capisce che se spegni lo schermo non spegni il computer: su LinkedIn scopri che si autoproclama “Ingegnera informatica esperta di programmazione” e sotto una sfilza di competenze che neanche Bill Gates e Steve Jobs messi assieme.

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Il tuo profilo LinkedIn

Ma se il dramma umano di queste persone che si descrivono come dei professionisti fenomenali era fino a poco tempo fa confinato su LinkedIn, il social network coso più inutile della storia del web, ora il virus si è propagato a tal punto che molta gente inserisce tali titoli nelle proprie firme aziendali.

E così, la firma della segretaria non è più:
Chiara Rossi
Segreteria centrale
tel/fax 1234
mail: c.rossi@azienda.it

Ma diventa un clamoroso:
Dott.ssa Chiara Rossi
responsabile contatti e relazioni clienti, fornitori ed utenza, Facility Manager aree comuni aziendali, Food and Beverage Site Manager
phone: 1234
mobile: 333-1234
mail: c.rossi@azienda.it
“Mentre facciamo progetti, Dio ride.”

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Come sei – come ti vedi

Quando tutto questo, tradotto in termini reali, diventa: “rispondo al telefono, sistemo le stanze, porto da mangiare e da bere”. La massima illuminata in calce? Di Fabio Volo.
Ah, e col cazzo che è dottoressa.

O ancora, quell’impiegato che per tutto il giorno mette dentro fatture, si firma come “Dott. Pinco Pallo – Responsabile Management Billing e Maintenance clients database”

L’usciere? “Special Security Manager”.
Il carrellista? “Special drive handling agent”

E colui che detiene il Vero Potere? Come si firma il Direttore Generale?
Ahahah, poveri piccoli arrivisti illusi. Il Direttore Generale non manda email.
Ha chi le manda al suo posto.

Questo è il vero potere. E tu sai che non lo avrai mai.

Saluti
Therian
Responsabile Control Management RIT Network Aziendale

 

 

Kill ‘Em All

E’ scientificamente provato che il caldo aumenta gli istinti omicidi.

E’ cinematograficamente provato che lo stress e la routine da ufficio aumenta gli istinti omicidi.

Non E’ scientificamente provato che la gente più buona e cara è quella che poi se sbrocca veramente, afferra il primo oggetto atto ad offendere e con esso fa una strage.

Combinate questi tre elementi ed avrete il profilo psicologico del classico collega bonaccione, che nel 99% del suo tempo è Hodor, il gigante ottuso di Game of Thrones, e vabbè. Il problema è quell’1% che prima o poi salta fuori, che muta Hodor in Leatherface.

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Mai fare incazzare il collega bonaccione

Stamattina Hodor/Leatherface è tornato al lavoro. L’ho saputo prima che entrasse in azienda. Motivo? Semplice, verso le 8.30 ho sentito un rumore strano, come se qualcuno avesse preso una grossa mozzarella e l’avesse scagliata con forza a terra.
Mi affaccio alla finestra e vedo Hodor a terra. Un istante dopo, Hodor lancia una bestemmia così forte da provocare un abbattimento termico secco di 15 gradi in meno.

Mentre già i colleghi più pavidi iniziano a strillare, capeggiati dal solito coraggioso Theon Greyjoy (quello che quando tira il terremoto si lancia dalla finestra e tanti saluti a tutti) che parla di attentato fondamentalista in corso, io scendo e vado ad aiutare Hodor, sperando che così quando compirà la sua strage si ricorderà di me e della mia gentilezza, limitandosi a provocarmi una morte rapida ed indolore.

Hodor però si è già rialzato e ha già raccolto i pezzi del suo smartphone, che nella caduta si è sbriciolato a terra. Lo accompagno al timbratore, sostenendolo per un braccio (che per tutta la giornata mi resterà impregnato di un odore misto ascella putrida e cloaca) e nel frattempo gli chiedo come ha passato le due settimane di ferie.

Hodor mi risponde che:
– ha quasi perso un occhio a causa dell’aggressione di un non meglio precisato insetto esotico
– è morto un suo caro parente a cui era legatissimo
– gli tocca organizzare il funerale “di quello stronzo, che poteva morire in ottobre”
– gli è venuta una sciatalgia che lo ha bloccato a metà su una scala mobile e per poco non finisce tritato dal subdolo meccanismo
– gli è caduto lo smartphone nell’acqua (dal che si deduce che quello che aveva appena spiaccicato col suo corpo era nuovo)

Mentre mi racconta queste disavventure, Hodor mi guarda e sorride, mentre i tic iniziano a fare la loro comparsa e a sconvolgergli il viso. Ride, mentre racconta. Ma ride in maniera spaventosa.

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Tipo così

Sono sicuro: è l’attimo che precede la trasformazione da Hodor in Leatherface.

Fuggo sulle scale, mi chiudo in ufficio e attendo la morte.

Avverto i suoi passi pesanti, vedo la sua ombra filtrare sotto la porta.
Lo sento parlare da solo: ride e bestemmia.

I passi si allontanano. Allarme rientrato. Leatherface è stato ricacciato dentro.
Ma io so che è lì, da qualche parte.

Ed ogni giorno potrebbe essere l’ultimo.

Sigla.

Mi installate un software? Subito!

Partiamo con una doverosa premessa. Ho lavorato per anni in un RIT, dove tra le varie cose mi sono occupato di Help Desk, per cui so cosa significa avere a che fare ogni giorno con richieste assurde e imbarazzanti da parte di utenti che non si capisce bene se siano completamente scemi o facciano i furbi per cazzeggiare. Si parla di richieste del tipo “il mouse a infrarossi non funziona”, dove il problema era che l’utente teneva il mouse sospeso sulla scrivania, ad il classico “non mi si accende il computer” che si risolveva 50 volte su 100 in un “la spina è attaccata?” e in un altro 49 su cento nel fatto che era il monitor, ad essere spento, non il computer.

Sono esperienze che lasciano un segno, logorano l’anima e la fiducia nell’umanità. C’è gente che non sa usare il computer come probabilmente non sa usare la vita. Ma tant’è, bisogna rassegnarsi.

Dopo anni passati a malox e meditazione yoga, succede che cambio lavoro e finisco dall’altra parte della barricata. Trovandomi ora in una grande azienda, ogni contatto con il RIT passa attraverso un complesso sistema di email, help desk, centralini e tunnel segreti, per cui se per caso un dipendente ha davvero bisogno di assistenza informatica, è fottuto.

In più, dove lavoro ora, a dirigere il Rit c’è un crudelissimo e plenipotenziario dirigente, che chiameremo per comodità Hal9000, come la coscienza informatica assassina di 2001 Odissea nello Spazio. Per chi non ha esperienze di grandi aziende, è giusto informarli di una cosa: i rapporti tra i dirigenti sono gli stessi che potete riscontrare in Game of Thrones, tra i re e i reggenti delle varie casate. E’ tutto un mostruoso gioco di alleanze, tradimenti, guerre, omicidi, dove – a differenza di GoT – le teste dei dirigenti non saltano mai, ma in compenso saltano, rotolano ed esplodono le palle dei dipendenti.

Per cui questo post non vuole essere una generica bordata ai danni dei tecnici informatici. Fratelli, amici, compagni di lotta: sono stato uno di voi. Vi capisco.

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Nella foto, un sorridente Hal9000, dirigente del RIT e sempre disponibile ad aiutare l’Azienda.

Nel 2014 mi è stata assegnata una nuova mansione, che richiede l’utilizzo di un software imprescindibile per lo svolgimento del lavoro. Trattandosi di un software costoso, occorre che la richiesta di installazione venga inoltrata dal dirigente al RIT con email ufficiale. Tale software è ambitissimo da numerosi dipartimenti ed uffici, per cui le licenze vengono assegnate in cambio dei più biechi baratti: posti auto all’ombra, chiavette GOLD per le macchinette di caffè e merendine, uffici non esposti a sud o addirittura le preziosissime poltrone ergonomiche. Hal9000 in questo caso è il Grande Burattinaio, colui che tiene per le palle l’intera azienda, vertici compresi.

Ottobre 2014: il mio dirigente inoltra la domanda. La licenza viene acquistata, ottengo via mail le credenziali di accesso. Ottimo!! Il più è fatto. Ora resta solo la successiva, banale installazione del software in locale. O almeno, così pensavo.

Marzo 2015: il mio dirigente osa timidamente fare un sollecito. Niente da fare.

Settembre 2015: il mio dirigente, questa volta, telefona. Ottiene risposta: “mandiamo i tecnici entro la fine del mese”. Non pervenuti.

NOVEMBRE 2016: esattamente 14 mesi dopo, viene inoltrata richiesta ufficiale che mi venga installato il software, osando addirittura toni piuttosto duri. Reazioni? Zero.

Luglio 2017: la misura è colma. Il mio capo fa diventare la cosa una questione di orgoglio e di ripicca personale contro il possente Hal9000 e la sua gang malavitosa. Manda una lettera infuocata al RIT, mettendo per conoscenza tutti: dal DG Palpatine in giù, tutti sanno che il Rubicone è stato varcato.

Agosto 2017: di ritorno dalle vacanze, apro la posta. Vedo lampeggiare una email, che mi informa che “tra oggi e domani veniamo ad installarti il software”.
Quando rinvengo, inoltro la mail al mio capo ed insieme festeggiamo come due eroi che si ritrovano 20 anni dopo essersi persi sul campo di battaglia ed essersi creduti reciprocamente morti.

OGGI: il tecnico si collega da remoto. Trasferisce il file di setup sul mio desktop (qualche giga di roba equivalente a 10 minuti di attesa a fissare bovinamente lo schermo) e comincia ad installare. Dopo 45 minuti di tentativi, di errori, di popup rosso sangue che inondano lo schermo, il tecnico mi chiama e mi dice “riavvia il computer e poi sei a posto”. Io, che ripeto un po’ me ne intendo, resto basito quel tanto che basta al tecnico per cogliere l’attimo e buttar giù il telefono e tornare virtualmente irraggiungibile, se non passando attraverso trenta call center.

Riavvio il computer. L’icona del nuovo software, tanto agognato, è lì che mi guarda. Io la guardo. Sembra dirmi “dai, forza, clicca su di me se hai le palle”. E io clicco.
Il software malefico mi spara in faccia un bannerone in 16:9 clamoroso di errore che a momenti mi fa volare dalla sedia, e poi scoppia a ridere.

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Quando il suicidio diventa un’opzione

Faccio un printscreen – o uno “stèmp“, come lo chiamano Monica e Tonica Baggins, le due dipendenti gemelle hobbit vegliarde, tramutando l’italianissimo “stamp” in un clamoroso neo-lemma a metà tra l’inglese e il barese – e invio il bannerone al RIT.

Cinque ore dopo: nessuna risposta.

Ottobre 2014 – Agosto 2017: due anni e dieci mesi dopo la prima richiesta, sono ancora al punto di partenza.

Ed in lontananza sento il perfido Hal9000 intonare il suo inquietante giro-giro-tondo, tra le risate dei malefici tecnici Urùk-hai.